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"Dal tennis esempio anche per il calcio"

Massimo Caponnetto: "Il lavoro eccellente paga. Che tristezza il Mondiale senza l’Italia. Credo nello sport come modello culturale"

Pubblicato il 21.07.2026, 06:00

7 min

Massimo Caponnetto, classe 1957, è il terzogenito di Nino, il magistrato che sfidò Cosa nostra nella stagione che vide nel paese l’ascesa del crimine organizzato tra gli anni Ottanta e i primi anni Novanta. La chiamarono “la stagione delle Stragi”, sfiorate come a Roma allo Stadio Olimpico, oppure tragicamente consumate ai Georgifili a Firenze, a Roma in piazza di San Giovanni, a Capaci e in via D’Amelio a Palermo.

La raffinatezza di Massimo scrittore e narratore

Massimo è scrittore e narratore raffinato e colto, in teatro e attraverso la pagina letteraria. Nelle scuole come negli atenei, nelle biblioteche e nei teatri è appassionato e coinvolgente, parla con maestria di ciò che sa. Sapevo del suo impegno, come di quello di Celestini, di Paolini e Biacchessi, ci siamo “sfiorati” più volte con il giudice Pietro Grasso allora presidente del Senato, come con Leonardo Guarnotta, amico carissimo e componente del pool antimafia del padre Antonino, ereditato da Rocco Chinnici. Quasi con timidezza, lui che la storia della lotta alla mafia può considerarla, a ragion veduta, patrimonio di famiglia, parla di sé, senza compiacimenti. «Nel libro “C’è stato forse un tempo” parlo di mia madre e mio padre, dei silenzi di lui, schivo e riflessivo, delle tante volte che lo vidi raccolto tra i pensieri, con la mente che andava alla sua isola. E, soprattutto, al desiderio di proteggerci con “il senso dello Stato”, che può apparire espressione retorica ma che, evocato da lui, era richiamo etico anche per noi familiari. Significava sacrificio, rinuncia e impegno costante».

Cosa racconta

Massimo racconta appunto ciò che sa, la storia del paese legata ai suoi affetti più cari, che si mescola ad altro. Si occupa da molti anni di un più ampio progetto in un quartiere della periferia fiorentina come le Piagge e dà impulso a occasioni importanti con molta partecipazione di giovani. Con Chiara Riondino ha consegnato pagine di teatro civile importanti e il suo spettacolo “Amuninni” ha entusiasmato in decine e decine di repliche migliaia di spettatori. «Amuninni è una sorta di imprecazione, una esortazione usata e magari per taluni abusata nel dialetto siciliano. L’ho scelta per aprire e chiudere il mio racconto. Tradotta letteralmente può significare: “andiamo”, e ancora “alzati” o persino “lascia perdere”, equivalente al toscano “vaia!” o forse al “iatevenne” del napoletano». È un pretesto questo esclamativo, riferito all’epos che non riguarda gli achei dei capolavori omerici, ma un’altra guerra cruenta e vile, quella delle mafie. «A volte ho la sensazione che si sia fatto troppo poco, che il sangue versato avrebbe meritato diversa consapevolezza e penso anche alla forza straordinaria di Rita Borsellino, che mi manca molto».

La passione per lo sport

Spiegami Massimo perché uno come te che racconta la mafia e le ingiustizie ha poi dedicato una vita alla pratica delle discipline dello sport? «Sai, io adoravo fare atletica, mi allenavo ore e ore fino a raggiungere nel 1974 la gioia di diventare campione italiano juniores di salto triplo. Lo sport mi piaceva in ogni sua forma, ma l’atletica era una vera autentica passione. La praticai dal 1971 al 1976, poi ebbi un brutto infortunio al bicipite femorale e non riuscii a ripetermi a quei livelli. Fu così che più avanti con mio fratello Riccardo, ci mettemmo in testa di dare vita a una iniziativa per la città di Firenze. Così fondai Olympus, una grande realtà no-profit, che parla a tutta la cittadinanza di discipline sportive: un centro che è un po’ il nostro orgoglio, con la piscina coperta e scoperta, le sale attrezzi e poi i campini. Una grande scommessa vinta. Credo nei valori dello sport, perché ieri e ancora oggi lo sport propone modello culturale di aggregazione, modo di intendere la vita, che è condivisione. Lo sport nell’antichità fermava le guerre, pretendeva e pretende un codice etico. Quello degli amatori e dei dilettanti ma anche lo sport professionistico sono la costante occasione di incontro e richiedono un grande lavoro su se stessi. Accettarsi e migliorarsi».

Il tennis e il calcio oggi

Tu sei praticante? Hai fisico da giocatore di pallacanestro col tuo metro e novantacinque, ancora oggi una forma decisamente invidiabile. «Gioco ancora oggi per quel che posso e guardo lo sport alla televisione: dal nuoto, all’atletica e al tennis. Poi ora con Sinner, Cobolli, Berrettini, Arnaldi e Sonego abbiamo la più forte nidiata di campioni di sempre. È stato fatto un lavoro eccellente e questi sono i frutti. Nel calcio invece occorrerebbe pensare anche ai nostri giovani, è stato triste assistere al Mondiale senza che ci fosse l’Italia. E poi da ragazzo chi non è salito sul sellino e non ha trovato momenti di felicità? Il mio babbo amava andare in bicicletta. Pistoia, Viareggio, Firenze le sue città come la Sicilia, la sua isola gli sfilavano così davanti agli occhi».

"Baluardo encomiabile del diritto"

Antonino Caponnetto nacque a Caltanissetta e visse per una serie di ragioni a lungo in Toscana. Pistoia vide nascere l’amore della sua vita per Bettina con cui ebbe tre figli: tutta la famiglia condivise una scelta di vita più che un mestiere, una “missione”, come per il sacerdozio. Nino fu un giudice e simbolo insieme. Morì a 82 anni nel 2002 nel suo letto, a Firenze, città di adozione prima e durante la stagione dello stragismo. «Mio padre aveva attorno a sé magistrati e uomini straordinari come Falcone, Borsellino, Di Lello, Guarnotta, Ayala o Grasso che seppero cogliere - penso al maxi processo - l’occasione per divenire baluardo encomiabile del diritto».

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