
Sincaraz, i perfezionisti alla ricerca dell'assoluto
Il tennis al tempo dei Diòscuri l’abbiamo già vissuto, con altri interpreti e identici risvolti. Dai Fedal ai Sinal (c’è chi preferisce Sincaraz) la felicità rimbalza tra due sponde, uguali ma non troppo. E decisamente escludenti per chiunque altro. Anche a Melbourne, dove lo Slam è da sempre Happy, la letizia nella sua forma più appagante nasce solo dalla presenza dei due umanissimi divi, Giannik e Carletto, nella rappresentazione di un Mondo a Due che risale alle origini del nostro sport. À Deux, dicevano i cortigiani francesi per indicare la parità al Jeu de Paume. Deuce ribatterono gli inglesi, vittime di una traslitterazione forse eccessiva. Carlitos è Càstore, il domatore. Jannik è Pollùce, il pugile. Nati da un uovo, perché Giove si presentò alla bellissima Leda dai capelli rossi nelle forme di un cigno, dunque gemelli diversi, con il pileo in testa, lo zuccotto a forma di guscio. Protettori del Campidoglio e presenti in tutte le religioni dell’antichità, anche le più lontane, anche quella cattolica. Sarà questo il futuro già scritto di Alcaraz e Sinner? O interverrà qualcuno a cambiarlo? Da giovane cronista una volta incontrai all’Olimpico papà Lenzini (a Roma lo chiamavano così). Il presidente della Lazio era seguito da due enormi e muscolose guardie del corpo. «Presidente, oggi con i Diòscuri?». «Per carità, la formazione chiedetela al Mister», fu la risposta, e insieme, la fine di un mito.
Il match di Federer
Ieri a Melbourne c’era il diòscuro primigenio, Roger Federer. Sua Meraviglia è ancora tale e son tre anni che si è ritirato. È finito in campo con Ruud per dar vita a un tie break all’impronta, e l’ha pure vinto (7-2) tra gli “ohhh” stuporosi del pubblico. A lui è dovuta anche la prima scintilla di una conferenza stampa che ha visto quasi a contatto (in realtà l’uno subito dopo l’altro) Càstore e Pollùce, pardon, Alcaraz e Sinner. «Mi sento più vicino a Carlos, come stile di gioco», ha detto lo svizzero che nel nuovo assetto Zeus ha voluto spagnolo. «Ma provo una profonda ammirazione per Sinner. Credo sia difficilissimo batterlo. Io come avrei fatto? Beh, che dire… forse avrei tentato la stessa strada che seguì Dimitrov, l’anno scorso a Wimbledon». Quella delle mille variazioni. Risponde Sinner, figlio di Rafa e di Nole, reduce dal 64 46 10-4 rifilato ad Auger-Aliassime nell’ennesima esibizione: «Roger è il giocatore più magico di tutti i tempi, ma io sono arrivato un pelo più tardi. Non l’ho mai incontrato, mi sarebbe piaciuto moltissimo, proprio per capire com’era. Dimitrov gioca un po’ come lui, e in quel match, prima dell’infortunio, fu bravissimo a cambiare ritmo di continuo. Credo che quel tennis mise allo scoperto le mie debolezze, e Federer se n’è subito accorto. Ma da quel giorno ho lavorato molto su come oppormi a un tennis di quel tipo».
I coach
Il tennis è continuo miglioramento. La filosofia sinneriana non ammette deroghe. E quella di Alcaraz? «Facciamo piccoli cambiamenti di continuo nel corso della stagione. Sul servizio ho lavorato molto l’anno scorso, ma non in questa pre-season. Curo molto il mio servizio, voglio migliorarlo di continuo. A volte sono piccoli aggiustamenti, li faccio su tutti i colpi». Sinner aggiunge qualcosa… «La cura dei dettagli è al primo posto tra le cose da fare. Senza, non si cresce. Dopo gli US Open dissi di voler dare al mio tennis una maggiore imprevedibilità. È stato un lavoro lungo, e non credo sia finito. Abbiamo migliorato la transizione a rete e qualche piccolo particolare sul servizio. Una grande attenzione va anche all’aspetto fisico, saper gestire il proprio corpo è essenziale in questo sport». C’è una domanda sui coach, e vale per entrambi. «Il capitolo con Ferrero», risponde Alcaraz, «credo andasse chiuso. Prendendo assieme la decisione e restando amici. Il mio Team, oggi, è quello di prima, ma senza Juan Carlos. La mia fiducia nel loro lavoro non è cambiata». Sinner comincia invece da Cahill: «Darren dà sicurezza, è come un papà e mi sa dire la cosa giusta. È importante per me, mette a mia disposizione tutta la sua esperienza. Vagnozzi è più giovane, e con lui è più facile parlare di altri aspetti. Per me i due rappresentano una perfetta combinazione, mi hanno aiutato a maturare molto». Il futuro comincia a Melbourne. «È un torneo che voglio vincere», dice Carlitos tutto d’un fiato, «Mi regalerebbe il Career Grand Slam, e ci tengo. Io qui, e Giannik a Parigi? Sarebbe perfetto». «L’anno scorso ho vinto a Melbourne, tra tanti brutti pensieri che mi giravano per la testa», ricorda Jannik, «È stato un periodo difficile, per me e per la mia famiglia. Ora è diverso. Sono felice? Direi di sì. Le esperienze, anche le peggiori, fanno crescere. Oggi vivo lo sport in maniera diversa. Obiettivi tanti, ma quello che arriverà sarà un extra, un “di più”. E questo mi fa sentire più rilassato».
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