Pallino è diventato grande, ma non mettetegli fretta
Cina, Italy, sembra un progetto di una nuova associazione per i rapporti bilaterali fra i due Paesi, ma è solo il primo passo per adattarsi alla condizione di refuso che accompagnerà Federico Cinà nei prossimi quindici anni della carriera da tennista. Succede a Fede quel che accadde a Paolo Canè, e a chiunque altro si sia proposto con un accento in uno sport a largo spettro internazionale come il tennis, fondato sulla lingua inglese. Così, Paolo “turborovescio” Canè si abituò presto a essere Cane su tutti i tabelloni non italiani del tennis e da ragazzo spiritoso e intuitivo strinse alleanza con un amico che di cognome faceva Mordegan. In compenso Fede può tornare pienamente se stesso sui campi di gara, secondo disposizioni paterne, per la decisione di mettere da parte tutti i nomignoli da ragazzino utilizzati in famiglia. Non più Palli, o Pallino, ma solo Federico. “Non posso mandarlo in campo e poi gridare forza Pallino”, sostiene papà Francesco, coach di lunga data al fianco di Roberta Vinci in tutti i momenti belli di una carriera da “Career Grand Slam” in doppio e da finalista agli US Open 2015 e numero 7 in singolare. “Non me lo perdonerebbe mai”.
Solo Sinner meglio di Cinà
Intanto, Cina batte Hong Kong. Ottenuta una wild card anche a Madrid, dopo quella di Miami (e già si avverte nel circuito il brusio dei critici), Federico Cinà prosegue nell’investitura a “Progetto Futuro” del nostro tennis che papà Francesco ha in animo “da quando lo vidi sul seggiolone che sventolava un mestolo con la naturalezza di un tennista”. Del resto, con un padre giocatore (“scarsino, però”) e una mamma (Susanna) discreta doppista da n. 141 Wta, il piccolo è in giro per tornei sin da quando prese a sgambettare. Fede ha compiuto diciotto anni il 30 marzo scorso, e continua a sfruttare al meglio le occasioni che gli offrono. A Miami superò Comesana, argentino n. 61 Atp (prima di perdere con Dimitrov), a Madrid ha lasciato a piedi Coleman Wong, nato a Hong Kong, oggi statunitense in prestito all’Academy Nadal, e molto sostenuto da Rafa. Il piccolo Cinà era 441 in classifica prima di Miami, è salito a 371 subito dopo e si è assicurato un nuovo balzo di una sessantina di posizioni con questo nuovo successo, che lo scarica al numero 314. Solo uno meglio di lui, tra gli italiani che hanno affrontato il circuito ancora ragazzini. Sinner, ovviamente. Vinse il suo primo match in un Masters 1000 a 17 anni e otto mesi, contro Steve Johnson a Roma. Cinà segue a 17 anni e 11 mesi, ma il paragone è incoraggiante.
"Cinà non è come Sinner, è di Palermo"
Proprio contro i troppo facili parallelismi si batte con ardore il papà coach. “Ognuno ha la sua storia”, dice Francesco, “Federico è di Palermo, non è altoatesino come Jannik, che tutti ammiriamo. Nasce in condizioni diverse e ha una diversa mentalità. Ognuno deve compiere il proprio percorso. Che volete che vi dica, sono terrorizzato dalle comparazioni che sento fare”. I due sono in parte diversi anche nel tennis che propongono. Giocatore da fondo campo (ma chi non lo è oggi), con un rovescio bimane lungo linea tra le naturali dotazioni, Federico Cinà mostra di non temere l’avventura a rete. Deve rafforzare muscoli e gioco di gambe, ma è in piena crescita, e potrebbe presto diventare un tennista da un metro e novanta (gli mancano tre centimetri) con una schioppettata di servizio niente male. Contro Wong, numero 161 Atp, Fede ha avuto la prima occasione break sul 3 pari, e ha gestito con mano sicura il tie break. Meglio nel secondo, con una partenza scaccia pensieri che lo ha trascinato subito sul 3-0. Il secondo break ha preso forma su un formidabile dritto dell’italiano che ha lasciato scosso l’americano. La chiusura è giunta al primo match point.
Cinà all'esame Korda
Ora c’è Sebastian Korda, in un curioso confronto tra figli d’arte. Più artistico il pedigree dell’americano, si dirà, papà Petr fu finalista a Parigi nel 1990, campione degli Australian Open e numero due del mondo nel 1998. Vite nate nel tennis e per il tennis, quasi una missione. Circondati da “zii” (Korda li chiama così) che nel circuito hanno scritto pagine importanti. Sulla panca di Korda c’è oggi Martin Stepanek, fratello di Radek (n. 8 nel 2006) che di Sebastian fu il primo coach. E spesso gli allenamenti si svolgono a villa Agassi, grazie all’amicizia affettuosa che Seb condivide con Andre e la moglie Steffi Graf. Federico risponde con Stefano Volandri e Umberto Rianna, che fanno blocco intorno a coach Francesco. Confronto impari, forse. Sebastian, oggi 24 in classifica, è stato anche numero 15. Ma a Federico serve anche una buona dose di sconfitte da cui trarre insegnamenti. La vittoria su Wong fa capire che il ragazzo di Palermo, ex Palli e Pallino, già vale una categoria superiore, ma ancora da raggiungere. C’è molto da imparare, molto da studiare e da crescere. Sinner è lontano. Inutile mettere fretta…
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