La solitudine del tennis per conoscere il mondo
Da Nabokov a Bassani e Foster Wallace: la pallina vola sulle pagine della grande letteratura
Si narra che il 23 febbraio 1374 fu il grido “tenez!”, maldestra fonazione di un nobile inglese, ad assegnare nome al tennis. Il conio del termine lawn tennis verrebbe poi dal XVIII secolo, a indicare la pratica di due giocatori avversari o due coppie che, imbracciate rudimentali racchette, colpivano una pallina poco più piccola del pugno di un adulto.
Non è sport popolare il tennis, ma può tradursi espressione di riscatto. Da noi i “talenti” si mescolarono, per estro e temperamento: “rampolli “ e “stallieri” come in “Cime tempestose” di Emily Bronte o nella favola del “principe e il povero” di Mark Twain; Ricci Bitti, Gardini, Sirola, Pietrangeli e poi Panatta e gli altri della “mitica” squadra di Davis: Barazzutti, Bertolucci, Zugarelli. Atleti di gamba e notevole “braccio”. Non proprio diligentissimi, belli in campo e fuori, nella Roma degli anni Settanta, del cinema e della disco, città nottambula e malandrina. Piacevano come i divi della celluloide, distinguendosi per stile ed eleganza. Lea Pericoli pareva una sirenetta e Pietrangeli avere fermato il tempo.
Il legame tra poesia e tennis
A farci sognare con giocate prodigiose oggi tornano, dopo Fognini, Berrettini, Musetti e Sonego e, avanti a tutti, il talento di Sinner, taciturno come ogni altoatesino si rispetti. Tra le donne: Errani, Schiavone, Vinci, Reggi, modelli di temperamento, dinanzi a ciclopiche Erinni. Cosa sia esattamente divenuto questo giuoco, discendente dalla “pallacorda”, gentile e violenta pratica, da portare Michelangelo Merisi, il Caravaggio, a trafiggere l’avversario a morte, è difficile spiegare, come pensare alle leggiadre evoluzioni del volano e a quelle dei racchettoni da spiaggia, antenati del padel, che reclama casta e altolocato rango. Il mio maestro, Zambelli Giambattista da Marradi, oltre a scrivere versi non trascurabili, usa il suo braccio in “top spin” di dritto, e insiste che il tennis è tutto in “Batte botte”, la lirica più ritmica del Novecento, del poeta Dino Campana. Poesia che evoca incessante “andare e tornare”, come di onde o nuvolaglia.
Il legame tra poesia, prosa e tennis è certificato pure da uno scrittore che declina il racconto al femminile, “in assenza” delle splendide Evert o Williams. Vladimir Nabokov, col suo “Lolita”, protagonista il disincantato Humbert, giocatore di tennis a buoni livelli, è prosatore sommo della disciplina. Nel romanzo, il legame è quello tra il professore e la giovane Dolores, la parola è sospinta da sensualità, fughe, scorciatoie e anfratti. Memorabile sequenza, quella della lezione di tennis, che Humbert impartisce a Lolita, senza contatto alcuno. Forse in quelle pagine è il più incredibile “surplace” della letteratura contemporanea, una danza “ferma”. Per quel “restare sospesi”, il tennis evoca il pugilato, e la “fase di studio”. Nabokov aveva scritto prose e versi in ‘Gloria’ e “University poem’, fin dai tempi sovietici. Anche in “Cose trasparenti”, (1976). come in “L’originale di Laura”, edito postumo nel 2009, vi è rimando al tennis; in esso è la narrazione metafisica di Witt, in cui emerge la filosofia, cioè il perché egli consideri il tennis «modo di concepire il mondo».
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