
Pietrini: "Ho superato le mie paure. Milano, ci sono"
Per Elena Pietrini questa non è una stagione come le altre. È una fase di passaggio, di ricostruzione, di verità. Non tanto per ciò che può dare al campo, ma per ciò che sta chiedendo a se stessa. Dopo mesi complessi, segnati dallo stop per una spalla che ha fatto capricci e dal lavoro per tornare, la schiacciatrice azzurra è ripartita dalla conferma alla Numia Vero Volley Milano, dal quotidiano, dalla fiducia, da una presenza graduale nelle partite e dal successo in Supercoppa. Non si tratta di una rincorsa né di una rivincita, ma di misura, di ascolto, di tempo da rispettare. Prima Elena, poi la pallavolo. Tutto il resto viene dopo.
Cosa rappresenta oggi Vero Volley per Lei: una sfida, una protezione o una responsabilità?
«Protezione no. È una sfida e una responsabilità, soprattutto verso me stessa. La società mi sta supportando tantissimo e mi sta dando molte opportunità. Rientrare dopo un’operazione, e dopo un anno fuori dal campo, non è semplice: la vera sfida per me è tornare a essere l’Elena di prima. Voglio prendermi il mio tempo, ma allo stesso tempo rientrare il prima possibile. Sono testarda, lo so, però sono anche molto contenta di come sto gestendo questo percorso».
Quanto è importante sentire la fiducia di coach Lavarini in una fase così delicata?
«È fondamentale. Se non hai la fiducia dell’allenatore non vai da nessuna parte. Stefano cura molto anche l’aspetto mentale e questo per me fa davvero la differenza. So di essere nel posto giusto, con le persone giuste. La mia è una sfida interiore, non un dimostrare. Vincere la Supercoppa a Trieste, il primo trofeo in Italia, mi ha permesso di vedere la luce in fondo al tunnel».
Qual è la differenza tra rientrare e tornare davvero in campo?
«È enorme. Un conto è dire “sto bene”, un altro è essere davvero a disposizione della squadra. Mi sto facendo aiutare da una mental coach e da una psicologa, perché con un supporto è tutto più efficace. Tornare davvero significa poter dare una mano alla squadra, magari quella spinta in più che prima non riuscivo ancora a dare. Mio papà, mia mamma e mia sorella hanno avuto un ruolo determinante nella mia rinascita».
In squadra ha accanto Paola Egonu. Quanto è stato importante il suo supporto?
«È stato fondamentale. Ho avuto un down mentale: ero rientrata, ma poi sono crollata e anche le cose più semplici mi pesavano tantissimo. In quel momento Paola mi è stata molto vicina. Vedeva l’impegno che ci mettevo ogni giorno e mi diceva di stare tranquilla, che era normale aver bisogno di tempo. Mi ripeteva che, se l’impegno c’è, le cose poi tornano. Mi ha aiutata soprattutto a restare lì, mentalmente».
Imparare ad aspettare anziché correre, è stata una delle prove più difficili?
«Sì, è tosta. Non lo accetti facilmente, soprattutto quando non ti è mai successo prima. Fermarsi è una cosa che mette a dura prova, però allo stesso tempo fa crescere tanto».
Ha attraversato problemi di salute importanti, prima sul piano mentale e poi fisico come la depressione e l'autolesionismo. Cosa le ha fatto più paura e cosa resa più forte?
«La paura più grande è stata non riuscire a uscirne, vedere tutto nero. Ho sofferto per più di un anno e lì ho capito che chiedere aiuto non è una debolezza. Anzi, è un segno di forza. È un messaggio che voglio far passare soprattutto ai più giovani: farsi aiutare è giusto».
Guardare grandi traguardi da lontano cambia il modo di desiderarli?
«Io oggi non mi pongo grandi obiettivi. La cosa più importante è stare bene. Prima viene Elena, poi viene la pallavolo. Tutto il resto, se deve arrivare, arriverà».
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