
Jacopo Luchini: "Che fiamme... il mio oro"
C’è una linea sottile che collega le riforme alle storie individuali, le norme ai destini personali. Nel caso di Jacopo Luchini, quella linea è diventata un percorso concreto, culminato con l’oro conquistato ai Giochi Paralimpici di Milano Cortina 2026 nello snowboard banked slalom (categoria SB-UL), prima storica medaglia d’oro italiana nella disciplina. Nato a Prato nel 1990 e cresciuto a Montemurlo, Luchini convive dalla nascita con l’aplasia della mano sinistra. Una condizione che non gli ha impedito di sviluppare, sin da bambino, una forte vocazione sportiva: dal nuoto allo snowboard, scoperto a 15 anni quasi per caso, fino a una carriera internazionale costruita tra sacrifici, studio e lavoro. Prima dell’ingresso nei gruppi sportivi della Polizia di Stato, infatti, la sua vita era divisa tra allenamenti e impieghi stagionali, in un equilibrio precario che accomunava molti atleti paralimpici italiani. A cambiare tutto è stata la riforma dell’ordinamento sportivo (D.lgs. 36/2021), fortemente sostenuta anche dall’ex presidente del CIP Luca Pancalli, che ha aperto per la prima volta agli atleti paralimpici l’accesso stabile nei gruppi sportivi militari e nei corpi civili dello Stato, come le Fiamme Oro. Luchini ne è uno degli esempi più emblematici.
Le parole di Luchini
L’ingresso nelle Fiamme Oro è stato uno spartiacque nella sua carriera? «Assolutamente sì, è stata una manna dal cielo. Prima, per noi atleti paralimpici, non esisteva una vera struttura professionale: potevamo far parte di gruppi sportivi, ma senza uno stipendio e senza tutele. Questo significava dover lavorare e allenarsi contemporaneamente, mentre i nostri avversari all’estero erano professionisti a tempo pieno. Era impossibile restare competitivi ai massimi livelli». Cosa ha cambiato concretamente la riforma? «Ha cambiato tutto. Mi ha permesso di dedicarmi completamente allo sport. Dopo le Paralimpiadi di Pechino mi sono trovato davanti a un bivio: continuare così o smettere. Lavoravo all’Agenzia delle Entrate con un part-time che mi consentiva di allenarmi solo metà anno. Ma non bastava più. Con l’ingresso nelle Fiamme Oro ho potuto lasciare il lavoro e concentrarmi al 100% sull’attività agonistica».
L'infortunio, la scelta rischiosa
Quanto è stato determinante questo cambiamento nei risultati? «Decisivo. I risultati sono arrivati subito: il titolo mondiale nel 2023, la Coppa del Mondo nel 2024 e poi l’oro a Milano Cortina 2026. Una grande parte del merito è del gruppo sportivo, che mi supporta in tutto: allenamenti, materiali, strutture. È un sistema che ti mette nelle condizioni di esprimerti al massimo». Ai Giochi di Cortina ha dovuto affrontare anche un infortunio importante (frattura del secondo metatarso del piede sinistro). Come ha gestito quella situazione? «È stato un momento surreale. Mi sono fatto male durante i primi allenamenti e ho capito subito che qualcosa non andava. Poi si è rivelata una frattura al piede. Ho deciso di non fare controlli immediati per non essere fermato e, soprattutto, per non farmi condizionare mentalmente. Abbiamo lavorato giorno e notte con lo staff medico per permettermi di gareggiare». Una scelta rischiosa. Non ha mai avuto dubbi? «No. Volevo esserci a tutti i costi. Sapevo che dovevo dare il 200%. È stato un lavoro incredibile di squadra. Tra antidolorifici, terapie e adrenalina sono riuscito a scendere in pista. Dopo la prima gara, però, ho avuto un crollo fisico importante».
L'oro e le Paralimpiadi in Italia
E poi è arrivata la gara dell’oro. Cosa è cambiato? «Ho staccato completamente la spina. Dopo la delusione della prima gara, si è acceso qualcosa dentro di me: non volevo fallire di nuovo. Abbiamo studiato ogni dettaglio della pista e fatto scelte tecniche diverse dagli altri. È stata una vittoria costruita al millimetro». Che esperienza è stata vivere le Paralimpiadi in Italia? «Unica. Gareggiare davanti alla tua famiglia, ai tuoi amici, in un posto come Cortina è qualcosa che non dimenticherai mai. Il villaggio olimpico, l’atmosfera, le Dolomiti… è stato tutto speciale. Si respira davvero lo spirito olimpico». Che messaggio vuole lasciare ai giovani che si avvicinano allo sport paralimpico? «La passione viene prima di tutto. Io non ho mai sognato le Paralimpiadi: è nato tutto dall’amore per lo snowboard. Ho costruito il mio percorso passo dopo passo. Il consiglio è questo: fate quello che vi appassiona davvero. I risultati, eventualmente, arrivano dopo».
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