
"Lo scudetto ai tifosi"
TORINO - A un certo punto abbiamo visto Zaccarelli abbracciare Patrizia Pulici, che era una bambina quando suo papà e Renato vincevano lo scudetto (aveva 4 anni), li abbiamo sentiti rievocare in meno di un minuto tempi e volti e la commozione ha subito assalito entrambi. Si sono dovuti separare, si sono quasi chiesti scusa reciprocamente. E si sono spostati da dov’erano, a due passi dal prato del 1976, per asciugarsi le lacrime. Un’ora prima, eravamo con Luciano Castellini, sempre lì a bordocampo: e gli ricordavamo le sue, di lacrime, a scudetto appena conquistato, 16 maggio 1976, poco dopo il fischio finale di quell’1 a 1 col Cesena. E il Giaguaro ci diceva: «Adesso invece provo tristezza. Non puoi bluffare. Siamo tutti invecchiati, bene o male. Però vedo anche un affetto ancora incredibile nella gente per noi, 50 anni dopo, e tutto questo mi commuove. Non amo la retorica, non faccio retorica, io sono un... selvaggio, dico quello che penso. E mi girano tremendamente le balle a pensare che il Toro non sia più come era il nostro. Il vero Toro non c’è più da tanto tempo». E a quel punto abbiamo di nuovo visto le lacrime sul viso di Castellini: «E non me ne vergogno. Sono molto emotivo ancora adesso, i pianti sono liberatori».
Sentimenti potenti
Chi c’era ha mescolato sentimenti potenti. L’amore, la gioia nel rivedere i campioni d’Italia (quasi tutti presenti), l’affetto per le decine e decine di ex giocatori granata più giovani, di tutti i decenni dagli Anni 80 in poi, e pure grandi volti ancor più ricchi di storia, come Puja o Fossati. L’allegria dietro a un pallone. E i tanti bambini che per l’Ugi han giocato all’inizio, prima degli ex calciatori. Applausi: incasso in beneficenza per sostenere l’Ugi, la lotta ai tumori nei bambini e per aiutare le loro famiglie. Abbiamo sentito lo speaker Venneri presentare a uno a uno un centinaio di ex giocatori e ricordare anche gli assenti, abbiamo visto Oskar, i Sensounico, Liboni, abbiamo colto l’entusiasmo di 6 mila tifosi adoranti, abbiamo notato una gran quantità anche di figli dei giocatori: citiamo Cristiana e Amos Ferrini per tutti, nel segno del capitano Giorgio in cielo, mai solo. L’associazione Ex Calciatori Granata, insieme col Torino, ha organizzato la festa per celebrare i 50 anni dello scudetto e l’assenza (voluta) di Cairo ha di nuovo dato il senso della sua gestione sportiva e progettuale sconfitta dalla storia e dai sentimenti della gente. «Cairo è contestatissimo da tanto tempo, per cui credo che non sia voluto venire per non rovinare la festa», ha sottolineato George Garbero Pianelli, nipote del grande presidente Orfeo, giunto apposta dal Belgio, dove vive, per abbracciare l’epopea creata dal nonno. «Il vero Toro non esiste più, è vero. A parte ovviamente i tifosi, oggi non vedo più da tanti anni l’amore per la maglia, l’identità, la costruzione e la semina di stagione in stagione, la passione, il passaggio del testimone, gli idoli che restano, il culto per le tradizioni granata... insomma, tutti i valori che ispiravano mio nonno Orfeo e quel mondo che girava attorno a lui. Mi disse, dopo aver ceduto il Torino nel 1982: “Un giorno mi ricorderanno come un gran presidente”. E così è: anche 50 anni dopo, il popolo granata ricorda i suoi sacrifici economici, i suoi valori, quanto costruì, i campioni presi, il suo amore vero per il Toro. Tutte cose che sono state sgretolate in questi ultimi decenni. Da scudetto restano i tifosi, il vero Toro vive in loro».
Gli eroi del 1976
Castellini: «Essere del Toro ormai è una sofferenza, una tortura che continua. Servirebbe una svolta: ricominciare dal settore giovanile, trasmettere il granatismo, crescere i ragazzi con più attenzione per la tecnica e per i valori storici del Toro. È un discorso lungo. Non puoi inventare in due minuti una ricostruzione. Non puoi mica fare una trasfusione di sangue del Toro!». Claudio Sala, in prima fila per organizzare l’evento, alla fine ringraziava tutti: proprio lui, il capitano dello scudetto. «C’è fame di un Toro vero nei tifosi. Ce ne siamo accorti una volta di più, qui, adesso. Andrebbe ricostruita un’identità granata che non c’è più, purtroppo. Con le nostre forze, siamo orgogliosi di aver realizzato tutto questo per la gente del Toro: la giornata porterà anche del bene con il ricavato in beneficenza all’Ugi, 40 mila euro. Se il Toro vero non muore e continua a vivere è merito dei tifosi». Pulici, alla fine: «Sto provando un sentimento esagerato, non credevo di emozionarmi così tanto. I tifosi meriterebbero un Toro ambizioso, ricco di progetti, idealità, tradizioni». Ruggero Radice, figlio di Gigi: «Dedico questo momento a mio padre in cielo. Sono molto orgoglioso di rappresentarlo qui. Sono onorato. Papà mi ha trasferito l’orgoglio di essere del Toro». Lì vicino, Pat Sala: «Essere del Toro è sofferenza, ma è anche un privilegio». La commozione conduce pure le labbra di Pigino: «Ho la pelle d’oca». Di nuovo il nipote di Pianelli: «Non si tratta solo o tanto di vincere uno scudetto. Vanno innanzi tutto ritrovati i valori, adesso. Speriamo in un futuro migliore all’altezza del lascito morale e sentimentale di mio nonno». Ecco, appunto, infatti.
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