"Uno scudetto nato nel segno dell’amicizia"
TORINO - L’arrivo al Torino, la costruzione della squadra che avrebbe vinto lo scudetto, l’impronta di Giorgio Ferrini, i pregi e i difetti di due condottieri amatissimi come Gigi Radice e Gustavo Giagnoni. E quello scudetto vinto 50 anni fa che Claudio Sala - ospite del podcast Torostoria - racconta sempre come un tricolore inaspettato ma non per questo meno intenso. C’è l’amarezza per il mancato bis del ’77 e per non essere riuscito a far parte della spedizione del Mundial: «Ero troppo vecchio, altrimenti lo avrei vinto anche io, come è successo a Ciccio Graziani». A sentirlo parlare non si direbbe che l’incrocio tra il Poeta del gol e il Torino non sia avvenuto in giovanissima età. Non è cresciuto a due passi dal Filadelfia, Sala, si è formato a Monza, trovando l’esordio tra i professionisti con i brianzoli e la Serie A con il Napoli. Eppure il Filadelfia gli è entrato dentro sin dal primo istante. Era l’estate 1969. «Il Torino è tutto ed è stato tutto. Chi non conosce la storia del Toro non può capire cosa significhi essere del Toro. Per me è la squadra più importante del mondo». Da Monza a Napoli - dove ha conosciuto l’amore della sua vita, la moglie Nunzia - e poi a Torino. «Pianelli mi ha preso dietro suggerimento del dottor Bonetto e di Ellena che era venuto a vedermi a Napoli». Si ritrova da subito circondato da calciatori dall’assoluto spirito granata: «Cereser, Fossati, Puia, Agroppi, Ferrini, Pulici. Una squadra che aveva un’identità ben precisa, con alle spalle una storia incredibile. Ho amato Ferrini perché dal punto di vista caratteriale era come me. Poche parole, due o tre, ma gli occhi che parlavano, con gli occhi lui si faceva capire, si faceva sentire. Era un giocatore tattico e con una grande ambizione. Io volevo essere del Torino ed è quello che mi ha tramandato Giorgio: per me è stato il massimo ricevere la fascia di capitano proprio da lui».
Gigi Radice e Gustavo Giagnoni: i tecnici dello scudetto granata
Dal ’71 al ’74 lo allena Giagnoni: «Era un impulsivo, un vero sardo. Litigava un po' con tutti i giocatori, ma poi a fine allenamento li chiamava nel suo stanzino e davanti a un bicchiere di vino arrivava subito il chiarimento». Nella stagione dello scudetto, ritrova quel Gigi Radice che lo aveva lanciato a Monza: «Un allenatore molto severo, ci metteva l’anima e faceva capire che si dovevano fare dei sacrifici per avere risultati. In quello scudetto ha messo tutto e quindi è riuscito a imprimere alla squadra un gioco che assomigliava a quello degli olandesi, un gioco prettamente d’attacco con una difesa che doveva contenere un pochino i limiti avversari».
Torino 1976-77: il trionfo, i ricordi e il rimpianto del bis
Un finale di campionato che si ricorda sempre per la rabbia di Radice per la mancata vittoria, nonostante il titolo appena conquistato: «Vincere quella partita avrebbe significato vincerle tutte in casa, una cosa che neppure al Toro degli Invincibili era riuscita. Col Cesena è stata una partita di grande sofferenza, io ho giocato con sei punti di sutura alla gamba dopo essermi fatto male a Verona. Non avremmo mai pensato di poter vincere quello scudetto. Il momento che ricordo di più? Quello del gol di Pulici, ha rischiato grosso con quel colpo di testa a cinquanta centimetri da terra. Ricordo l’abbraccio dopo quel capolavoro… poi un autogol dopo una incomprensione ha vanificato la vittoria di quella partita. La sera siamo andati a cena al ristorante, il giorno dopo a Superga. Quella era una squadra di amici, esserlo ci ha dato qualcosa in più». Un bis sfiorato l’anno successivo: «Abbiamo fatto 50 punti, cinque in dell’anno precedente, ma siamo arrivati dietro la Juve. Radice diceva che dopo il ‘76 ci saremmo montati la testa, gli abbiamo dimostrato il contrario».
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