© Ag. Aldo Liverani

Quando Meroni cantava il Toro

La morte 56 anni fa. Esattamente 3 mesi prima Gigi esultava: "Non passo alla Juve! Mi fido del presidente Pianelli, ha carta bianca. Sono un poeta, starò in granata altri 10 anni".

Marco Bonetto Marco Bonetto

Pubblicato il 15.10.2023, 15:01

5 min

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Con la sua anima di poeta cantautore, ma anche di cantore granata, Paolo Archetti Maestri, fondatore degli Yo Yo Mundi, dedicò una splendida canzone a Gigi Meroni, ormai 24 anni fa. Gli restituì la voce, componendo il pezzo nel suo studio con vista sulla Bollente di Acqui. Era il 1999. Un verso sulla discesa in campo della Farfalla granata: «Faccio sognare (...), sono un giocoliere, li faccio godere geniale, anarchico e irriverente, tutti battono le mani, si alzano improvvisamente».

Gigi Meroni moriva oggi, 15 ottobre: 56 anni fa. Domenica, allora come adesso. E noi desideriamo risentire proprio la sua voce, tornando indietro a 3 mesi esatti prima della morte. Felice, scanzonato, più granata che mai: 15 luglio 1967. Si è appena conclusa la lunga lotta dei tifosi del Torino per impedire la cessione di Gigi alla Juventus. Per le vie della città, ma anche in fabbrica, alla Fiat: distribuzione di volantini agli ingressi («Agnelli, giù le mani dal Torino!») e atti di sabotaggio da parte degli operai all’interno di Mirafiori. Il problema è sociale, investe la città, va persino oltre le mire senza freni dell’avvocato Agnelli e la difficilissima resistenza del commendator Pianelli, l’ambizioso presidente innamorato del Torino. Le pressioni diventano sempre più grandi, da più parti. Lo scenario, preoccupante.

Al Torino

Alla fine, Agnelli, la Fiat e la Juventus si piegano davanti alla reazione del popolo granata. Il presidente bianconero Catella motiva a denti stretti la rinuncia a concludere l’assalto a Meroni «per opportunità politiche e cittadine». L’artista del dribbling col numero 7 sulle spalle restava per il terzo anno nel Toro. A 24 anni, è uno dei più campioni del calcio italiano. «E diventerà sempre più forte», dicono tutti. C’è un giornalista sportivo che attende Gigi a Torino, nella sera del 15 luglio 1967. Non è ancora famoso come quando lavorerà in Rai, anni dopo, ed entrerà nelle case di tutti gli italiani. Ma è già da tempo una penna brillante, un ottimo cronista: cresciuto a Tuttosport, passato al Corriere della Sera. Si chiama Franco Costa. È amico di Gigi, c’è confidenza, così Meroni non ha remore a sfogarsi («Il Filadelfia era un cortile di umanità, la casa del calcio. Non dimenticherò mai le partitelle con Meroni e Ferrini negli Anni 70», avrebbe raccontato Costa decenni dopo). Meroni arriva al suo cospetto «abbronzantisimo, guidando una potentissima spider», si legge sul CorSera del giorno dopo. Proveniva da Milano, dove aveva incontrato Pianelli e appreso la decisione definitiva: niente Juve (all’epoca i calciatori non avevano voce in capitolo nelle compravendite). Riascoltiamo Gigi: «Rimarrò al Torino e ringrazio Iddio che tutta questa storia sia finita, perché sinceramente mi aveva snervato». Per Pianelli, parole bellissime: «Io mi fido del mio presidente, in pratica gli ho dato carta bianca. E poi io sono uno zingaro, un poeta del calcio. E noi poeti, noi zingari al denaro badiamo relativamente: abbiamo l’animo estremamente nobile. L’importante è che ce ne sia per andare avanti, per mangiare, per vivere decorosamente e poi tutto si accomoda, il resto va e viene».

Niente Juventus

Pianelli, per la cronaca, gli aveva appena promesso un sostanzioso aumento dello stipendio. Franco Costa gli chiede che effetto gli faccia non essere passato alla Juve, la squadra più ricca e potente d’Italia: «Nessun particolare effetto», risponde Gigi. Che poi sibila: «Vuol dire che la Juventus non intende vincere un altro scudetto». Parla da orgoglioso granata: «Adesso spero di rimanere altri dieci anni al Torino». Poi: «Però, questi torinesi!». E ride di gusto. «Chiamali bogianen!». Elogia i tifosi, schernendo indirettamente l’avversario bianconero mai amato: «In duecento hanno praticamente vinto la battaglia, sono riusciti a far sì con le loro dimostrazioni di protesta che io rimanessi in maglia granata». E aggiunge: «Non mi spiace affatto» non essere passato alla Juve, dice che al Toro si è molto «affezionato». È carico a pallettoni: «Per dieci anni la maglia numero sette della nazionale italiana sarà mia e nessuno riuscirà a prendermela». Si dice ben disposto pure a ritrovare Fabbri in panchina nel Toro, un anno dopo il disastro ai Mondiali del 1966. «Mi va molto bene. Vedremo di rifarci completamente collaborando nel migliore dei modi: lui per noi e noi per lui» (burrascoso era invece stato il rapporto quando Fabbri era ct). Preannuncia «un Torino gagliardo, dal quale ci sarà da attendersi di tutto».
Tre mesi dopo, domenica come oggi.

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