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Ciao Baslèta: addio a Lodetti, galantuomo rossonero

Vinse tutto col Milan Anni 60 e trionfò con l’Italia nel 1968. Quell’ultima intervista al Bar dell’Iris ripensando alla beffa messicana, a Facchetti, all’amico Berlusconi

Xavier JacobelliXavier Jacobelli

Pubblicato il 23.09.2023, 09:30

7 min

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Giovanni Lodetti ha corso per tutta la vita. Non è esagerato dire che ha corso fino a 81 anni. Una vita da mediano, “a recuperar palloni/ nato senza i piedi buoni/ lavorare sui polmoni/ lì sempre lì nel mezzo/ fi nché ce n’hai stai lì”. Nulla come la canzone di Ligabue si attaglia a Giovanni Lodetti, Terzo Polmone di Rivera, negli Anni Sessanta, un pilastro del Grande Milan euromondiale. Liedholm lo chiamava Bikila perché Giovanni non si fermava mai.

L’ultima volta ci siamo visti a Milano, al bar dell’Iris Calcio 1914. Ieri, quando è arrivata la notizia della sua scomparsa, il tuffo al cuore è stato pesante. Non si può non avere amato, stimato, ammirato Lodetti. Per il calciatore che è stato: stakanovista, gregario, portatore d’acqua nel Milan di Sani, Rivera, José Altafi ni, Schnellinger, Trapattoni, Sormani (due scudetti, due Coppe dei Campioni, una Coppa delle Coppe, una Coppa Intercontinentale, una Coppa Italia, 288 presenze, 26 gol). Per il galantuomo che è stato in una vita intera. Campione d’Europa nel 1968, perse il Mondiale messicano all’ultimo momento: Anastasi si fece male e Valcareggi chiamò Boninsegna al posto suo. Giovanni ci rimase malissimo. Tornò in Italia e l’allora presidente Carraro lo cedette alla Samp per Benetti. Foggia e Novara le ultime tappe prima di diventare commentatore televisivo. Giovanni era garbato, ironico, a tratti pungente. Aveva la battuta pronta, la capacità di sdrammatizzare coniugata a quel sorriso lieve sulla sua baslèta, che in milanese vuol dire mento. Baslèta divenne il suo nome di battaglia.

Lodetti, una persona per bene

Baslèta che giocava a pallone all’oratorio di Caselle Lurani, Bassa Lodigiana, 500 abitanti. Il parroco era don Giovanni Delle Donne, il suo pigmalione. Baslèta che a 15 anni entra nel settore giovanile del Milan, tesserato per 100 mila lire e una muta di maglie. Baslèta che a vent’anni esordisce in prima squadra, allenatore Nereo Rocco (Spal-MIlan 0-3), primo stipendio 160 mila lire. I pensieri si affastellano nella memoria. Ritrovo gli appunti di quell’intervista al Bar dell’Iris e penso non ci sia modo migliore di salutarlo se non raccontarvi alcune cose che Giovanni mi disse. Rendono perfettamente l’idea dell’uomo, acuiscono il dolore per la sua scomparsa. Dopo avere smesso, uno dei suoi crucci fu non essere tornato al Milan. Voleva allenare i ragazzi. Mi disse: «Sono arrivato primo su settanta partecipanti al corso per i tecnici di terza categoria, tenuto a Genova da Giovanni Ferrari. Quando Rivera è diventato vicepresidente del Milan, l’ho chiamato per dirgli: sarei entusiasta di lavorare nel settore giovanile. Tre mesi di silenzio assoluto e poi vengo a sapere che l’incarico era stato affidato a Ferrario: Rivera non mi ha fatto manco una telefonata. Ma si può? Sai che cosa mi ha fregato, a volte, nella vita? Essere una persona per bene. Eppure, sono fiero di essere una persona per bene. Ho raccolto ciò che ho meritato perché ho sempre fatto tutto con la passione e, la passione, credimi, non è una cosa che si compra al supermercato. L’ho imparato dai miei genitori».

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