
Farewell, Francesco la nostra locomotiva
Ieri, nella sua Pavana, il buen ritiro da sempre, se n'è andato, a 86 anni, un cantautore (e anche scrittore) che ha saputo segnare con la forza delle sue canzoni intere generazioni: Francesco Guccini. Per me, ormai settantunenne, ha rappresentato, fin dai primi anni di liceo, un riferimento anche culturale (nelle sue canzoni troviamo tracce di Eliot e Hemingway, dei classici, di Gozzano e Fenoglio, di Leopardi e Montale). Non solo: in quei giorni in cui ci sembrava tutto possibile: dalla rivoluzione all'amore, dal raggiungimento dell'Utopia a un mondo senza più divisioni in classi, Guccini ci confortava e ci indicava la direzione, a volte, alla De André, “ostinata e contraria”. Dava e avrebbe dato voce alle nostre adorate piccole cose, alle “stoviglie color nostalgia” fino ai “ciuffi di parietaria attaccati ai muri”, ai valichi dell'Appennino e ai vecchi mulini per salire sempre più in alto: al frate che parlava di “Dio e Schopenhauer”, all'anarchico che pensava ai contadini curvi e all'anarchia, alla ragazza dell'Autogrill (“E il sorriso da fossette e denti era da pubblicità”). E poi l'amore, come in “Farewell”: “E sorridevi e sapevi sorridere coi tuoi vent'anni portati così, come si porta un maglione sformato su un paio di jeans, come si sente la voglia di vivere che scoppia un giorno e non ti spieghi il perché: un pensiero cullato o un amore che è nato e non sai che cos'è”. Sapeva cogliere miti e cronaca, sempre con lo sguardo rivolto ai più deboli o a chi offrì la sua vita per ragioni nobili di giustizia: il ragazzo Carlo Giuliani in “Piazza Alimonda”, un manifesto dalla parte dei giusti in quei giorni neri della “macelleria messicana” al G8 di Genova, Che Guevara in “Stagioni”, i partigiani di “Su in collina”, ma anche Papa Giovanni XXIII e Auschwitz (“Eppure siamo a milioni in polvere qui nel vento”). In molti, e spesso - sommessamente - se ne lamentava, lo ricordavano e lo ricorderanno soprattutto per “l'Avvelenata”, “La Locomotiva”, “Dio è morto”, ma Guccini è stato questo e molto altro, non ha mai sbagliato un disco, lasciando in almeno una strofa qualcosa di indelebile e di infinito. Nel giorno dell'addio, ricordiamo con commozione quello che possiamo definire il suo testamento, scritto addirittura nel 1970 e contenuto nell'album “Due anni dopo”, quello della meravigliosa “Vedi cara”, e cioè “l'Albero e io”: “Quando il mio ultimo giorno verrà dopo il mio ultimo sguardo sul mondo, non voglio pietra su mio corpo, perché pesante mi sembrerà, cercate un albero giovane e forte, quello sarà il posto mio, voglio tornare anche dopo la morte sotto quel cielo che chiaman di Dio”.
Le passioni del Maestrone: Tex e la Juve
Francesco, soprannominato il “Maestrone”, aveva due passioni rese felicemente pubbliche: per il fumetto Tex, fin dall'infanzia, il personaggio creato dalla fantasia di Gianluigi Bonelli e reso graficamente da Aurelio Galleppini (Galep), come dimenticare “Correva la fantasia lungo la prateria tra la via Emilia e il West”, e, in età matura, per la Juventus. Una storia da narrare. Guccini si è vantato di essere tra i pochi italiani a non aver mai tirato un calcio a un pallone e, a lungo, non ha avuto una società di riferimento: nemmeno nella sua Bologna per i rossoblù. Neppure quando, nel 1964, la squadra di Fulvio Bernardini in panchina e di quel genio di Giacomo Bulgarelli in campo conquistò uno storico scudetto dopo lo spareggio con l'Inter, il 7 giugno, all'Olimpico di Roma: anzi, il giovane studente universitario Francesco si lamentò per il “fracasso che gli impediva di studiare” dei festeggiamenti! Niente da fare nemmeno per un Modena-Sampdoria, con i biglietti ricevuti in regalo da un cugino grazie a un altro lontano cugino, qualcosa di simile insomma, che giocava con i “canarini”: Maino Neri. La partita finì 0-0, con gli sbadigli del Maestrone che pure era legato a Modena. Il difensore Paolo Faragò, arrivato dal Cagliari al Bologna nel 2021, volle mettersi sulla maglia il numero 43 in onore della canzone e album di Guccini “Via Paolo Fabbri 43”. Ma nemmeno quel gesto, molto apprezzato, gli fece cambiare idea e squadra del cuore. E adesso sveliamo il perché.
Il colpo di fulmine per Platini
Un perché accaduto molti anni prima. E un “responsabile”. Ci pensò, infatti, Michel Platini, quando arrivò alla Juventus nel 1982, a dargli una bandiera calcistica: per Francesco fu una folgorazione, un amore a prima vista, una visione. E, grazie alle giocate superbe del numero 10 francese, diventò bianconero per sempre. Quando poteva, seguiva le partite di Madama in tv. Grazie a Marino Bartoletti, ha ospitato nella sua Pavana Maurizio Sarri quando era tecnico della Juve, e, nel 2024, un suo giovane fan: Hans Nicolussi Caviglia, a quel tempo talento alla corte della Vecchia Signora: costringeva, orgoglioso, i compagni ad ascoltare Guccini negli spogliatoi e un giorno coronò il sogno di incontrarlo, facendo pranzo assieme. Dino Zoff ha ammesso di ascoltare spesso e volentieri le sue canzoni. Per me resterà una stella cometa, un “caro amico di giorni e pensieri”, fino a commuovermi nell'osservare “un vecchio e un bambino” prendersi per mano. Perché anche quando tutto sembra perduto, basta un gesto di tenerezza per farci dire: vale la pena guardare la storia dalla parte chiara, di coloro che chiedono solo pane e felicità. E di schierarci, finché è ancora possibile, “contro l'ingiustizia”.
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