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Inter, questo Scudetto è per Beccalossi

L'ammirazione per uno del calibro di Evaristo è stata capace di volare alta sopra i territori di ogni frazione tifoidea

Xavier JacobelliXavier Jacobelli

Pubblicato il 10.05.2026, 06:00

4 min

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A un certo punto, sfiorando il feretro di Evaristo, Don Marco ha precisato di parlare da interista, dopo avere esordito come bresciano, prima di concludere l'omelia come prete. "Grazie per il modo in cui hai giocato e per come ti sei giocato. Sei stato un dono per tutti, gioia e magia. Sarebbe bello che ora l'Inter ti dedicasse lo scudetto appena vinto. Chiamiamolo... scudetto Beccalossi". Don Marco è don Marco Mori, un parroco che sarebbe piaciuto molto a Don Primo Mazzolari, inteso come prete in mezzo alla gente, uomo della misericordia e del dialogo con tutti. Alla stregua di Don Angelo Calorini, il sacerdote che ha somministrato l'estrema unzione e ha commosso tutti raccontando dell'ultimo abbraccio in ospedale fra Enrico Ruggeri e il Fantasista. Sta scritto su una lapide irlandese: "La morte lascia un dolore che nessuno può guarire, ma l'amore lascia un ricordo che nessuno può rubare". E di amore, di grande amore Evaristo è circondato anche adesso che l'abbiamo salutato, ma non c'è verso di riuscire a parlare di lui al passato.

Beccalossi, l'ammirazione degli amici di sempre

Dopodomani, 12 maggio, il Numero Dieci avrebbe compiuto 70 anni. L'ultima partita da professionista l'aveva giocata nell'89, con il Barletta, trentasette anni fa. Eppure, e nonostante tutto questo tempo, potente e incontenibile si è sollevata l'onda dell'affetto popolare, della partecipazione affettuosa al lutto di Danila e Nagaja, racchiuse nella dignità del loro dolore; degli amici di sempre, a cominciare da Spillo bloccato in Kuwait, ma presente con le parole accorate pronunciate da Mattia; dei tifosi di ogni bandiera, a cominciare dal Brescia e dall'Inter, s'intende. Tuttavia, l'ammirazione per uno del calibro di Evaristo è stata capace di volare alta sopra i territori di ogni frazione tifoidea. La verità è che lui c'è riuscito avendo incarnato lo spirito stesso, la quintessenza del calcio, intesa come classe, talento, istinto puro dell'ultimo egoista in quanto fantasista.

Spillo: "Sei stato capace di scartare tutti, anche la vita"

Genialoide e istrionico sul campo, quando l'ha lasciato si è rivelato un sapido e acuto commentatore delle vicende di un mondo non più suo. Maledettamente, non è più tornato il suo, avviluppato nella ragnatela del business, del tatticismo, dell'effimero, della fantasia e della passione imprigionate sin da piccoli. Tutta un'altra musica rispetto a quella che Evaristo suonava già quand'era alto così, all'oratorio di San Domenico Savio, su quel 'campo di patate' (cit. Don Marco) dove si divertiva come un matto con gli altri ragazzi. Dall'incessante tam tam social alla commozione palpabile nella chiesa della Conversione di San Paolo stracolma di persone e di commozione, al punto da rendersi necessaria la diretta su Youtube: il lascito di Evaristo è racchiuso nella leggerezza con cui ha preso il calcio come l'esistenza, poiché, per dirla con Calvino, leggerezza non è superficialità, ma planare le cose dall'alto e non avere macigni sul cuore. "Sei stato capace di scartare tutti, anche la vita", ha detto Spillo. E ha detto tutto.

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