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Evaristo, il calcio in purezza

Dall'esordio col Brescia al numero 10 sulle spalle con l'Inter: la storia di Beccalossi ed una carriera da incorniciare

Stefano PasquinoStefano Pasquino

Pubblicato il 07.05.2026, 06:00

8 min

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Ci sono giocatori che colpiscono l’immaginario dei tifosi al di là della maglia che indossano e pure a prescindere da quello che hanno vinto in carriera. Evaristo Beccalossi era uno di questi. Paolo Rossi, l’attore, sui due rigori sbagliati in una gara di Coppa delle Coppe contro lo Slovan Bratislava (15 settembre 1982) ci creò addirittura un irresistibile monologo teatrale, mentre “Mi chiamo Evaristo scusate se insisto”, sua frase cult, divenne un celeberrimo claim pubblicitario. La leggenda metropolitana nata da un servizio di Beppe Viola alla Domenica Sportiva (sempre smentita pure dall’interessato) vuole che il Becca l’avesse pronunciata con aria bonariamente da sbruffone davanti a Ricky Albertosi e ai difensori del Milan dopo aver illuminato il piovosissimo derby del 28 ottobre 1979 con una doppietta, vittoria su cui l’Inter allenata da Eugenio Bersellini costruì la cavalcata verso il dodicesimo scudetto. Quello è stato anche il titolo più importante della sua carriera, seguito da due coppe Italia, la prima conquistata con l’Inter (1981/82) la seconda alla Sampdoria (1984/85), ma da comparsa.

"Lui non calciava il pallone, lo accarezzava"

«Lui non giocava con il pallone, era il pallone che giocava con lui. Lui non lo calciava, l’accarezzava riempiendolo di coccole», l’avvocato Peppino Prisco, lìder maximo dell’interismo, così spiegava l’unicità dell’amore per il Becca (memorabile lo striscione srotolato quando San Siro era il suo regno: “Evaristo sei meglio di Cristo”). Di lui i tifosi amavano persino l’indolenza, sapendo che a un piede sinistro così poteva essere concessa anche qualche pausa in campo (lo stesso sentimento che li fece innamorare di Mariolino Corso negli anni della Grande Inter e del Chino Recoba, manifesto della classe spesso fine a se stessa, con Massimo Moratti presidente). Era un altro calcio, non esisteva l’odioso “gegenpressing” di cui molti si riempiono la bocca oggi e la gente godeva per l’estetica del gesto in purezza. Si era inventato mancino, Beccalossi: era infatti un destro naturale, ma l’ammirazione sconfinata per Omar Sivori, il Cabezón, si fuse in un mix di talento shakerato allo spirito di imitazione. Così, il piccolo Evaristo si mise a usare soltanto il piede sinistro e con quello costruì la carriera che visse il suo punto culminante con la chiamata all’Inter su segnalazione di Mario Mereghetti, quando aveva 22 anni.

Beccalossi: dall'esordio col Brescia all'Inter

I primi passi nel grande calcio li aveva mossi nel Brescia (con l’esordio in B a Catanzaro, l’8 aprile 1973) dopo gli inizi all’oratorio San Polo quindi alla Scuola Calcio Bettinzoli: «Quando vidi per la prima volta il campo a 11, mi sembrò enorme. Ci andavo in bicicletta, una Graziella che piegavo in due per metterla nell’automobile di papà, che veniva a prendermi quando finiva di lavorare». Evaristo arrivò a Milano accompagnato dal padre, a bordo di una seicento, e il primo contratto lo firmò in bianco, non appena vide la carta intestata “Fc Internazionale”. Spalle strette per il numero 10 («Che ci faceva lì un provinciale come me? Mi appiccicarono addosso il numero 10: ero terrorizzato, qualche amico ce l’avevo, ma Milano era davvero troppo grande per me»), però mai è mancato il coraggio al Becca, anche se i polmoni in campo dovevano metterli Lele Oriali, Beppe Baresi e Gianpiero Marini, gente - Oriali e Marini - che avrebbe poi vinto un Mondiale: «Mi sopportavano con cristiana rassegnazione - raccontava Evaristo - Dicevano, guardandomi e sapendo la mia volubilità: “Oggi giochiamo in dieci o in dodici?”. Sono riconoscente a quelli che correvano anche per me. Oriali, un campione, ogni tanto mi passava vicino e mi sibilava: “Ci stiamo facendo il culo per te, vedi di inventarti qualcosa e di farci vincere”. E poi Beppe Baresi, che correva per tre, e Marini. Ho avuto da loro più di quanto sia riuscito a dare. Facevano sacrifici durante la settimana, compresa la domenica, e io, quel giorno santificato, li dovevo ricompensare».

Su Bearzot: "L'avrei ammazzato, poi ho capito che..."

Già e nella stagione che portava al Mundial in terra di Spagna il Becca volava. E sui giornali montava la pressione su Enzo Bearzot per chiamarlo in Azzurro dove incredibilmente non ha mai giocato neanche una partita: nel curriculum tre sole gare in Under 21 e quattro con l’Olimpica. Quelli erano tempi in cui la Nazionale era un gruppo chiuso, non un albergo e il commissario tecnico andò dritto per la sua strada lasciando a casa pure Roberto Pruzzo nonostante le proteste dei tifosi. Per il Becca si sprecarono le petizioni, mentre lui incendiava i giornali punzecchiando il Vecio. «L’avrei ammazzato, Bearzot. Poi l’ ho capito: se mi convocava, l’opinione pubblica avrebbe spinto perché giocassi titolare - raccontò sempre Evaristo - Il c.t. aveva il suo gruppo, non poteva permettersi altri casini, poi io non ero proprio il suo tipo di giocatore. E sono talmente sfigato che tutti sanno come andò a finire: l’Italia vinse il Mundial e io, che non vedevo l’ora di dirgliene quattro, a Bearzot, zitto e a casa». La finale del Santiago Bernabéu gli portò un altro regalo sgradito, perché l’Inter ingaggiò Hansi Müller con cui in campo si sarebbe pestato i piedi. Gigi Radice cercò di fare convivere i due con risultati ondivaghi: «In campo non ci potevamo vedere ma fuori eravamo e siamo ancora amici. Voglio essere sincero: io in campo soffrivo il suo carisma. Lui si metteva al centro del campo, dove volevo essere io, e mi costringeva a giocare venti metri più avanti». E il Becca lanciò la fatwa della sedia: «giocare con Hansi è peggio che giocare con una sedia. Almeno la sedia ti rimanda indietro il pallone».

Infantino: "Beccalossi all'Inter mi ha fatto battere il cuore"

L’avventura in nerazzurro si sarebbe chiusa nel 1983-84 (dopo 216 partite e 37 gol) quando Beccalossi venne scambiato con Liam Brady e finì alla Samp che vinse la Coppa Italia ma lui, Evaristo, fu una comparsa con appena 9 presenze dopo che andò a Genova convinto di essere un titolare. Da lì la Serie B al Monza, quindi il ritorno al Brescia e chiusura a Barletta e Pordenone. Tempo fa, Gianni Infantino ha rivelato in un’intervista - probabilmente a un giovane interlocutore - chi fosse il suo idolo di gioventù: «È qualcuno che tu non conosci: è Evaristo Beccalossi. Lui giocava per l’Inter insieme a Spillo Altobelli, mi hanno fatto battere il cuore. Hanno fatto battere il cuore di mio padre prima di me ed è per questo che noi ci siamo innamorati del calcio». Enrico Ruggeri - suo grande amico - nel 1997 gli ha dedicato una canzone «Il fantasista» (con versi come “Io sono l’ultimo egoista, perché sono un fantasista, faccio quello che vorreste fare voi” oppure “Io sono quello da guardare, quando ho voglia di giocare sono schiavo dell’artista che c’è in me” ) spiegando come un filo rosso unisse George Best, Beccalossi e Diego Armando Maradona. Ecco, lassù in cielo Evaristo non camminerà da solo. 

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