
Torino, Ezio Rossi: “Cairo? Non vuole vendere"
Torinese, granata, cresciuto al Filadelfia, arrivato in Serie A con la sua squadra del cuore, la stessa che qualche anno dopo aver chiuso la carriera da calciatore avrebbe pure allenato. Ezio Rossi conosce i sentimenti di una piazza in cui ormai la spaccatura tra la proprietà e gran parte della tifoseria sembra netta.
Crede che la contestazione sia utile? Che possa servire? «Cairo da anni ormai lavora in un ambiente, non dico completamente, ma in gran parte ostile. Sono manifestazioni che dimostrano l'attaccamento del tifoso del Torino, ma il presidente Cairo ormai è abituato ormai a forme più o meno evidenti di contestazione. La scelta è sua, è lui che è il proprietario, è lui che decide se, come e a quanto vendere. Gli si dovrebbe chiedere perché, nonostante tutto, non pensi di vendere…».
A chi gli ha già posto questa domanda, in realtà, Cairo ha risposto di non aver ancora ricevuto offerte… «Mi domando perché, con tutto il rispetto per piazze come Venezia, Como, Pisa, Parma, senza parlare ovviamente anche dei grandi club, nessuno con delle potenzialità economiche si sia mai interessato al Toro, mi sembra quasi impossibile questo. Probabilmente Cairo non ha veramente un interesse a vendere il Torino a qualcun altro»
Cairo non vende: "Ha certamente una bella corazza"
La stupisce il fatto che nonostante le continue contestazioni il presidente resti in sella? «Sì perché nel mio piccolo io, che sono tifoso del Toro, quando lo allenavo sono stato contestato per tre mesi. A giugno decisi di dimettermi, avrei rinunciato ad un contratto. Tutto pur di togliermi un peso perché per me essere contestato nella mia città, nella mia patria, era una cosa che non potevo sopportare. In estate poi mi convinsero a restare».
Erano altri tempi quelli… «Assolutamente sì, tanto che una volta ci siamo ritrovati i tifosi dentro il Comunale e volarono schiaffi… Il mondo ora è cambiato e forse sono solo un nostalgico, ma questo modo di essere del Toro sta scomparendo e pian piano sta morendo. Sarà colpa di Cairo, sarà colpa di un sistema completamente diverso, sarà che ora è tutto business, però è questo a deludermi, non sono i cinque gol di San Siro o i tre presi dall’Atalanta, non è la retrocessione».
Possibile che Cairo non sia infastidito dalla contestazione? «Ha certamente una bella corazza ma non può non essere infastidito, non sarebbe umano. Poi certo, spesso sdrammatizza, come in quest’ultimo caso col paragone con l’acufene».
Al suo arrivo a Torino, nel 2005, molti tifosi hanno visto in lui una possibilità di futuro: lo ha ricordato lo stesso Cairo… «Chi mi conosce sa cosa pensavo il giorno dopo che si è insediato Cairo. Era stata una questione di pelle, non conoscevo la persona, quindi io sono forse uno dei primi critici della gestione Cairo, anche quando tutti erano su quel carro».
Oggi che impressione ha? «Cairo è un ottimo imprenditore che in qualche maniera ha capito che prendere il Toro quasi a zero poteva essere un affare, non lo ha salvato, erano già arrivati i lodisti. Anche questa storia che non c’erano i palloni… non so quanto tempo abbia avuto chi c’era prima di lui, ma ricordiamoci che si arrivava da un fallimento».
Riconquistare i tifosi
I risultati potrebbero aiutare il tifoso a riavvicinarsi, come sostiene il presidente? «Ci sarà anche chi, vedendo qualche vittoria, smetterà di contestare, ma il Toro non ha mai vissuto di risultati. Possiamo ovviamente essere contenti ripensando a certi momenti felici, dallo scudetto alla cavalcata Uefa, ma il tifoso del Toro è rimasto sempre tifoso del Toro anche negli anni bui. Lo era anche il periodo in cui allenavo io però negli insulti, nelle contestazioni, scorreva un sangue avvelenato, ma pur sempre un sangue granata. Non è solo quello che ottieni sul campo, ma quello che fai per continuare a far scorrere sangue granata all’interno della società ed è questo che conta per un tifoso del Toro».
Negli anni, però, molti di questi tifosi si sono allontanati… «Anche se c’è ancora chi contesta, lo abbiamo visto l’ultima volta domenica, tanti tifosi, me compreso, oggi sono diventati indifferenti. E siamo in tanti. Io guardo il risultato, vedo se il Toro ha vinto o perso, sono un po' più contento ovviamente nel primo caso, altrimenti non mi importa. Ed è proprio la cosa peggiore. C’è gente che non va più allo stadio, c’è gente che non guarda il Toro nemmeno in tv, è come quando ti innamori e poi tutto finisce. Purtroppo ha fatto passare l'amore a tante persone che erano innamorate da anni e che ora non hanno più niente da dirsi».
Domani c’è la Coppa Italia: il Toro potrà fare strada? «Parliamo di una competizione che ha perso il suo fascino, di cui fino ai quarti di finale non interessa niente quasi a nessuno. È il solito discorso: perché non giocare in casa delle cosiddette piccole anziché insistere con questa formula?».
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