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L’attesa di Lautaro. Ne valeva la pena  

Zero reti in Qatar, decisivo in questa Coppa. Assist agli ottavi, gol ai quarti e in semifinale

Roberto ColomboRoberto Colombo

Pubblicato il 17.07.2026, 13:15

5 min

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Come si fa a mandare in orbita 47 milioni di persone in un secondo? Come si può fare impazzire di gioia una Nazione con una testata? Chiedetelo a Lautaro Javier Martínez da Bahía Blanca, Argentina. Se lo sentiva, El Toro: perché certe cose, uno che di professione fa l’attaccante e ha un rapporto strettissimo con il gol, le avverte col sesto senso. Sapeva che, proprio come negli ottavi contro l’Egitto (assist splendido per la rete di testa di Enzo Fernández) e nei quarti contro la Svizzera (sigillo del definitivo 3-1) avrebbe potuto essere decisivo. E friggeva in panchina. Minuto 36 della ripresa: l’Albiceleste è sotto per il gol di Gordon e il ct butta dentro Lautaro. Passano 4 minuti: assist di Messi, tracciante da fuori area di Enzo che fa 1-1. Ne passano altri 7, di minuti: cross dalla destra, di destro, ancora di Messi per il colpo di testa di Lautaro. Un colpo di testa che vuol dire 2-1, che significa Final del Mundo, che vuol dire Spagna, che fa esultare ogni argentino sparso sulla faccia del Globo, che fa urlare Pablo Giralt e Hernán Feler, telecronisti di TyCSports: «La que lo pariò! La que lo pariò! Gol de Argentina, Lautaro, Lautaro!», in pratica una sorta di «Porca puttana, porca puttana, gol dell’Argentina».

Elettroshock emotivo in mondovisione

Un delirio totale per un popolo intero e per Lautaro la rete più importante di una carriera. Senza se. Senza ma. E pensare che, ai trionfi, Lautaro Martínez è abituato eccome. E mica solo a quelli con il suo club, l’Inter: pure a quelli con l’Albiceleste e anche al Mondiale, visto che 3 anni e mezzo fa in Qatar, El Toro fu uno dei protagonisti della cavalcata della Scaloneta verso la terza stella. Eppure, quelle notti mediorientali avevano lasciato al bomber nato calcisticamente nel Club Atlético Liniers e trasferitosi, a 16 anni, al Racing Club, un retrogusto amaro. Ok, vincere una Coppa del mondo è il top che un calciatore possa augurarsi, ma se sei attaccante e non riesci a segnare nemmeno un gol, un bel po’ di amarezza, pur nella gioia infinita, ti resta in bocca. Da mercoledì sera, però, tutto è cambiato: un elettroshock emotivo in mondovisione. Il gol, poi l’esultanza, il grido gutturale, gli occhi sbarrati. Il grappolo umano dei tuoi compagni che ti sommergono nei festeggiamenti. Fino a toglierti il fiato.

"Questa rete è per mia mamma"

Una doccia scozzese di emozioni che ti porta, davanti alle telecamere nella flash interview a fine partita, a scioglierti in pianto: «Cosa provo? Non lo so, onestamente... È tutto così... travolgente. Penso alla prima volta che mio padre mi ha comprato un paio di scarpini da calcio: ho sempre sognato di segnare questo gol. Questa rete è per mia mamma, che dal giorno in cui sono partito, in cui ho lasciato casa per andare ad Avellaneda, al Racing Club, non ha mai smesso di rifarmi il letto. E questo, credetemi, vale più di un gol, conta più di una finale». La gioia gli annebbia gli occhi. L’emozione gli spezza la voce: «Ora sono diverso. Ho i miei due figli che mi hanno cambiato la vita da quando sono arrivati: ho rallentato i miei ritmi fuori dal campo. Mi godo tutto questo: oggi sono un uomo e mi godo la vita». Lautaro muore dalla voglia di raccontarla, quella pazza voglia di gol: «L’ho sognato, lo giuro. L’ho detto ad Alexis Mac Allister che avrei fatto un gol, l’ho detto al Facu Medina che sarei entrato, che avrei segnato, che avremmo vinto. Questa squadra continua a dimostrare di che pasta è fatta. L’Inghilterra si è stancata: hanno pressato per 60 minuti, poi, però, non ce l’hanno più fatta». Poi è apparso Lautaro e una Nazione è andata in orbita. E 47 milioni di persone possono sognare un bis clamoroso Mundial.

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