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Curaçao meravigliao! Un’isola nella storia

Cuore caraibico, spirito olandese: a 78 anni Advocaat è riuscito in un’impresa leggendaria. Mai un Paese così piccolo era riuscito ad arrivare alla fase finale  

Vincenzo Bellino Vincenzo Bellino

Pubblicato il 20.11.2025, 13:15

4 min

Curaçao, che in portoghese significa “cuore” e “cura”, sembra aver guarito in un solo respiro tutto ciò che nella sua storia era rimasto sospeso tra colonialismo, orgoglio e nostalgia. Lo ha fatto con il linguaggio universale del calcio, che non ha confini ma parla chi sa ascoltarlo. Così un popolo nato come appendice caraibica dei Paesi Bassi e un allenatore olandese che ha attraversato mezzo pianeta si ritrovano a comprendere la stessa melodia, come se Papiamento e Olandese sul prato verde coincidessero in un’unica voce. E questa voce, nel 2026, si sentirà al Mondiale: Curaçao, 156.000 abitanti, diventa il più piccolo Paese mai qualificato alla fase finale. Un miracolo? No, un viaggio radicato in una storia sorprendente.

Dalle spiagge alla Coppa dei Caraibi

L’isola, a un soffio dal Venezuela, è sospesa tra continenti e culture: portoghese nel nome, olandese nell’amministrazione, africana nell’anima, caraibica nell’aria. Per secoli ha respirato porti e migrazioni, musica creola e baseball, sport nazionale, mentre il calcio restava un divertimento da spiagge color pastello e campi improvvisati. Fino al 2010 non esisteva neppure una nazionale autonoma: prima c’erano le Antille Olandesi, poi la dissoluzione, l’indipendenza e una nuova identità da costruire. Nel calcio, con intuizione pionieristica, si puntò sulla diaspora: convincere figli e nipoti nati nei Paesi Bassi a vestire la maglia blu dei padri. Patrick Kluivert fu il primo a crederci, seguito da Remko Bicentini e, più tardi, Guus Hiddink. La squadra si trasformò: Hansen, i fratelli Bacuna, Van Kessel, Martina. Nel 2017 arrivò il primo trofeo, la Coppa dei Caraibi.

Il Piccolo Generale

L’epilogo epico è scritto da Dick Advocaat, il “Piccolo Generale”. A 78 anni, più anziano di qualsiasi altro ct in un Mondiale, accetta la sfida più improbabile e torna nella terra che parla la sua stessa lingua sportiva. Curaçao e Advocaat si riconoscono subito: entrambi figli dell’Olanda, assetati di riconoscimento, convinti che il calcio possa essere un passaporto verso la storia. E la storia arriva, travolgente, in una notte caldissima a Kingston contro la Giamaica. I Reggae Boyz colpiscono due pali, spingono, credono nella rimonta. Al 94’ l’arbitro indica un rigore che sembra cancellare il sogno, ma il Var lo revoca. A Curaçao esplode una gioia blu come il mare che l’abbraccia. Lo 0-0 vale il Mondiale, il riscatto, un Guinness dei primati e un simbolismo unico: Curaçao guarisce dall’invisibilità globale attraverso il calcio. 
Gli eroi sono giovani europeizzati: Livano Comenencia, cuore pulsante del centrocampo, cresciuto tra Psv e Juventus Next Gen; Sontje Hansen, talento del Middlesbrough; Juninho Bacuna, duttile e moderno; Jürgen Locadia, globetrotter dell’attacco. Ragazzi che hanno imparato a stoppare la palla su campi olandesi e a sognare davanti al vento caraibico. Fondamentale anche chi ha plasmato l’identità: dal mito del portiere Ergilio Hato, che rifiutò Ajax e Real Madrid ma diede un nome allo stadio nazionale, fino alla generazione di allenatori che ha riabilitato il calcio come linguaggio dell’isola. 
Cuore portoghese, passato olandese, animo caraibico, diaspora europea, futuro globale. Un Paese piccolo che diventa enorme, perché quando il calcio diventa narrazione, nessuna geografia può contenerlo. Una favola che sorride all’Europa, accarezza i suoi figli lontani e va incontro al Mondiale 2026 come chi sa che non esiste impresa troppo grande quando ci si presenta con il Curaçao (cuore) dalla parte giusta della storia.
 

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