Champions Inter-Milan: svilire le imprese con troppe parole

Che quella di oggi non sia “solo” una partita è chiaro come il sole, ma che la si debba sempre circondare di altra roba pleonastica, ridondante e maleodorante è davvero antipatico

Stefano Salandin Stefano Salandin 

Pubblicato il 16.05.2023, 14:50 (Aggiornato il 16.05.2023, 15:01)

4 min

Non che servissero soverchie conferme, ma è abbastanza avvilente constatare come, anche in questa sfolgorante occasione europea, alle nostre latitudini l’approccio al calcio offra comunque l’immagine di un legno storto. Impossibile da raddrizzare, avviluppato com’è intorno a polemiche arbitrali perfino preventive (e per ciò stesso un filino grottesche), a summit più o meno regolari al cospetto di tifosi organizzatissimi e comunque dominanti. L’immagine che ne vien fuori è più quella di un Sudamerica scollacciato che di un paese lanciato verso le magnifiche, e progressive, sorti del calcio futuribile. Di quella roba lì: del pallone e dei giocatori che lo devono gestire con maestria, si è così raccontato davvero poco. Troppo poco in relazione, appunto, sia al peso specifico dell’evento - la semifinale di ritorno della Champions League con musichetta annessa e biglietti per Istanbul a corredo - sia alle dinamiche che potrebbero srotolarsi stasera sul prato dello stadio “Meazza”, quartiere di San Siro a Milano. Ed è un peccato perché sebbene l’andata scontasse il prologo dell’altra semifinale messa in scena da interpreti più dotati tecnicamente, anche sul palcoscenico milanese è stata rappresentata una recita comunque all’altezza, anche solo per emozioni e dinamismo ben superiore allo standard di campionato. Poi sì, la classe l’hanno dispiegata quei giocatori che noi definiamo “esperti” con doveroso rispetto - da Dzeko a Mikhitaryan, mentre Giroud è rimasto triste e solitario - ma che in Italia sono arrivati perché da altre parti erano, come si usa dire, ormai fuori dai programmi tecnici.

 

Inter, il lavoro di Inzaghi e dello staff nerazzurro

Ma va anche rilevato come il lavoro di Simone Inzaghi e del suo staff li abbia tirati a lucido nel momento cruciale della stagione e, dunque, perché mai concentrarsi sull’arbitro francese (manco i giornali, tra l’altro, svolazzano più...)? Forse per esorcizzare quel timore insufflato dalla gara contro il Sassuolo: una vittoria, certo, ma raggiunta dopo il rischio di rimonta quando si era, guarda un po’, in vantaggio proprio per 2-0. E lui sa che i cali di tensione possono far male, molto male. Anche perché il Milan recupererà Leao (lui sì, classe giovane) e grazie alla presenza del suo crack, Pioli proverà a scrollare dalle spalle dei suoi la scimmia dei dolorosi precedenti contro l’Inter, di quelle partenze che tanto in Supercoppa quanto mercoledì scorso ne hanno annichilito la baldanza. Se ci riuscisse, sia chiaro, non sarà certo per merito delle ramanzine dei tifosi bensì per quello che avverrà sul campo. Insomma, che quella di oggi non sia “solo” una partita è chiaro come il sole, ma che la si debba sempre circondare di altra roba pleonastica, ridondante e maleodorante è davvero antipatico, come quando si litiga alle feste di compleanno della suocera. Come se “il Calcio che è tornato” (recita la pubblicità dalla Lega per propagandare il prodotto) sia anche quello che non se ne è purtroppo mai andato: il calcio delle polemiche, dei retropensieri e delle congiure. 

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