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Bagnoli, il filosofo delle imprese

È morto l’allenatore dello scudetto del Verona. Conquistò anche un tricolore da calciatore con il Milan

Riccardo SignoriRiccardo Signori

Pubblicato il 18.07.2026, 13:15

5 min

Se n’è andato anche il nostro Schopenhauer. Quello della Bovisa, che tanto distava da Arturo: quello nato a Danzica, in Polonia, e morto a Francoforte. Il nostro era filosofo, talvolta pessimista, della pedata. L’altro parlava del mondo. Il nostro era l’Osvaldo. Osvaldo Bagnoli veniva dalla Bovisa milanese dov’era nato 91 anni fa. L’appellativo gli era stato affibbiato da Gianni Brera, che molto lo amava. Ma qualunque appassionato avrebbe amato il calcio e l’umanità di Bagnoli: a modo suo irripetibile. A modo suo rivoluzionario. Per tutti il mago della Bovisa. Talvolta scrutava con sguardo burbero, occhio investigativo sul bello e sul brutto. Certo non avrebbe retto i professoroni che oggi parlano di calcio come fosse fisica nucleare. Vedeva il calcio in linea retta, per arrivare alla meta nel modo più rapido e semplice possibile. Difesa e contropiede. Diceva: è il nostro calcio. Moderno, tanto che i suoi schemi servono ancora. A Verona compì un’opera d’arte con lo scudetto del 1985 quando in Serie A giocavano Zico e Maradona, Platini, Altobelli, Rummenigge, Vialli, Mancini, Falcao e Junior: il meglio del pallone. Lui con Briegel, armadione tedesco sulla fascia al quale propose di giocare a centrocampo, Elkjaer e Galderisi in attacco, Fanna e Marangon a correre sulle fasce, Tricella «libero certo, ma il nostro primo contropiedista», diceva. Fontolan e Garella arcigni nel difendere area e porta. Di Gennaro regista. «Ce n’è pochi al mondo che sanno fare regia e lanciare come lui», sempre Bagnoli dixit.

"Uno squalo bonario"

Enzo Bearzot vide nell’Osvaldo figlio di operai, che giocava scalzo a calcio perché ai suoi tempi le scarpe andavano conservate, un tecnico a lui simile. Diceva Brera: «Bagnoli è uno squalo bonario, la fronte è convessa, modicamente alta, non olimpica, gli occhi scuri, dalla cornea diseguale, il naso possente, che si stacca dalla fronte come un vomero a rovescio, la bocca non larga, le labbra lievemente piegate, tali da contraddire la sua volontà, notoriamente ferrea. Per solito, in tv, lo taccio di burbanzoso, però adorabile, simpatico, niente di funereo, niente di cipiglioso. Insomma un tipo splendido del quale è molto bello essere pais». Bagnoli è stato un simbolo, anche della Milano operaia. Padre nato socialista e lui pure. Benché Berlusconi non lo abbia voluto al Milan.«Non posso prenderlo, è un comunista...». Ma forse intendeva una idea filosofica del calcio. Eppure l’Osvaldo giocò nel Milan con Schiaffino e Liedholm, Maldini e Buffon. Vinse lo scudetto del 1957, ma da seconda schiera. A Milano tornò 35 anni dopo però sulla panchina avversa: quella dell’Inter.

Da calciatore girò l’Italia

Da calciatore girò l’Italia (Verona, Udinese, Catanzaro, Spal, Verbania in Serie C dove concluse la carriera). Sulla panca, dopo il capolavoro di Verona, che resta l’unica città italiana non capoluogo di provincia ad aver vinto uno scudetto, aggiunse alla collezione un 4° posto nel ‘90-‘91 con il Genoa (oggi sarebbe Champions) e una semifinale di coppa Uefa persa contro l’Ajax ma la vera magia arrivò dall’Anfield Road (18 marzo 1992): il Genoa batte 2-1 il Liverpool con 2 gol di Aguilera e lo elimina dalla coppa, prima squadra italiana ad espugnare il mitico stadio. Bagnoli quel giorno pianse: aveva compiuto un altro capolavoro. Sapeva ben maneggiare i suoi gioielli calcistici, li plasmava, li capiva, li migliorava. Così non fu all’Inter dove Pellegrini se ne sbarazzò presto (1994). E tardi se ne pentì. In quella squadra giocavano il Bergkamp e lo Gionk (Jonk), così li chiamava. Ma fu Bergkamp a non capire il nostro calcio, non il contrario. L’avventura si chiuse male e l’Osvaldo, a soli 59 anni, decise di smettere: proprio nella Milano che gli apparteneva. Ci ripensò mai. Ed un giorno spiegò a Giovanni Rana, proprio lui l’industriale. «La gente come me vince una sola volta nella vita. Ed è già successo». Bagnoli era un uomo immerso nel realismo come il suo calcio. Non c’è autoritratto che lo definisca meglio.

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