Zola 60, il Baronetto di Sardegna
Eravamo felici e, in fondo, lo sapevamo. I 60 anni di Gianfranco Zola riportano a un’era in cui i “numeri dieci” italiani erano persino troppi. Un ragazzino di Oliena, un paesino ai confini della Barbagia, poteva diventare grande senza essere un gigante. Quel fisico mingherlino lo condizionò in avvio: con qualche centimetro in più, Zola sarebbe partito dal Torino - che lo scartò dopo un provino - invece che dalla Nuorese. Giovanni Maria Mele, il suo primo allenatore, gli consigliò di affidarsi a Nardino Manu, campione olimpico di sollevamento pesi: il suo calcio restò leggero, ma qualche chilo in più lo mise. Dopo Nuoro, la Torres, e poi le grandi tappe della sua carriera: Napoli, a scuola di punizioni da Diego Armando Maradona e di barbecue da Careca; Parma, con la Coppa Uefa e il tentato rapimento; il Chelsea e il gol in finale di Coppa delle Coppe; Cagliari, per riportare la Sardegna in Serie A.
Dalla Serie A al Chelsea: perché Zola ha conquistato anche l'Inghilterra
Il passaggio a Londra racconta cosa fosse il pallone italiano. Non solo per quello che ha rappresentato per Zola, che in Inghilterra ha scoperto, grazie a Gianluca Vialli, il golf. E nemmeno perché tuttora i tifosi di uno dei club più ricchi al mondo non hanno dubbi quando si tratta di indicare il miglior giocatore della loro storia: Magic Box. All’epoca passare dalla Serie A alla Premier League, che oggi è il Paese dei balocchi, significava rimettersi in gioco in un campionato minore. Zola nel 1997 fu nominato miglior calciatore del campionato inglese e, anche per il suo fair play, fu nominato Baronetto dalla Regina: dai supponenti inglesi un riconoscimento straordinario per un italiano. Ma non gli bastò per essere convocato a Francia ’98, nonostante la qualificazione portasse la sua firma, impressa con la storica rete di Wembley nell’1-0 all’Inghilterra.
Gianfranco Zola e la Nazionale: il rimpianto di una generazione irripetibile
A Roberto Baggio, nella golden era dei numeri 10, si era aggiunto Alessandro Del Piero. Poi sarebbe arrivato Francesco Totti. Per Zola, la Nazionale ebbe il retrogusto amaro dell’ingiusta espulsione con la Nigeria, nel giorno del suo ventottesimo compleanno, a Usa ’94. O del rigore sbagliato con la Germania a Euro ’96. Era una generazione che piangeva per un secondo posto ai Mondiali, altro che non qualificarsi. Tanto talentuosa da non schierare mai in un Mondiale un altro fuoriclasse assoluto come Roberto Mancini.
La Riforma Zola: il progetto per rilanciare i giovani talenti del calcio italiano
È un talento che negli anni abbiamo perso, tra generazioni smarrite e un tatticismo soffocante. Oggi Zola lo cerca con un altro ruolo: dopo una seconda vita da allenatore, anche dell’Italia Under 16, dal 2023 è vicepresidente della Lega Pro, al fianco di Matteo Marani. Ha ideato la Riforma Zola, elogiata anche dal nuovo presidente federale Giovanni Malagò: promette un cambio di filosofia e ha l’obiettivo di creare le premesse perché i giovani di talento tornino a brillare. Come accadeva nell’età d’oro di Gianfranco Zola.
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