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Quando Sacchi disse: "Arrigo io" e cambiò il calcio

La storia scritta con il suo immenso Milan euromondiale e l'Italia di Pasadena '94

Xavier JacobelliXavier Jacobelli

Pubblicato il 01.04.2026, 06:30

7 min

Antesignano (non casualmente fa rima con Fusignano). Rivoluzionario. Iconoclasta. Integralista. Oggi certamente giochista e che Brera abbia pietà dell'urticante neologismo, lui secondo il quale il Nostro "è un'anima ispirata e spesso attraversata", un anacoreta che quando viene chiamato alla guida della Nazionale, tre giorni prima suscita l'opposizione dell'italianista Gran Lombardo "perché non si va contro la storia". Invece, la storia l'ha proprio fatta Arrigo Sacchi. O, per meglio dire, l'ha scritta con il suo immenso Milan euromondiale e l'Italia di Pasadena '94, fermata dal Brasile a undici metri dall'iride. Celebrandone gli 80 anni, gli aneddoti, le imprese, le discese ardite e le risalite si affastellano nella storia dell'allenatore del Parma che fulmina Berlusconi a San Siro a tal punto da prendere l'anima al Diavolo. Ce ne accorgiamo presto, agli albori dell'Età dell'Oro, non soltanto tinteggiata di rosso e nero. 

Il megafono e le scarpe

Ce ne accorgiamo presto, agli albori dell'Età dell'Oro, non soltanto tinteggiata di rosso e nero. Il mattino andiamo a Milanello. Seduti sulle panchine antistanti il campo centrale, seguiamo con lo sguardo l'omino intabarrato nel suo giaccone, il berretto calato sul viso, il megafono alla bocca urlando nelle orecchie di Baresi, Gullit, Van Basten il copione che non ammette divagazioni. Pena ripeterlo una, dieci, trenta volte. Per dire. Il suo Verbo è riassumibile in un solo verbo, moltiplicato per tre: attaccare, attaccare, attaccare. Ricordo un Capodanno a Carnago con la galaverna, aghi di ghiaccio su campi, alberi, piante, giocatori, cronisti e il termometro sotto lo zero. Dopo l'allenamento, mi fa: vieni un attimo da me, devo farti vedere una cosa. Toc toc, busso alla sua camera. Arrigo apre e si fa largo fra pile di VHS, il padre del dvd, il nonno dello streaming. Gli chiedo: e queste? Sogghigna: "Sono le videocassette con le partite dei nostri prossimi avversari. Entro stanotte devo vederne almeno cinque". Ah, ecco dove ha cominciato a fare le scarpe a tutti l'ex commosso viaggiatore che andava in Onda a piazzare le calzature dell'azienda paterna. Commosso perché si commuoveva non quando piazzava le sue suole, ma quando vedeva giocare il Grande Ajax e la Grande Olanda di Rinus Michels

Il fantino e il cavallo

La rivoluzione copernicana, pardon sacchiana, affonda le radici nel Mito Arancione, riveduto e accelerato dall'ex terzino sinistro del Baracca Lugo e del Fusignano, la squadra di cui diventa l'allenatore. Poi l'Alfonsine, il Bellaria, il Cesena con cui vince lo scudetto Primavera, il Rimini, le giovanili viola, ancora il Rimini, sino allo sbocco di Parma, al colpo di San Siro dove elimina il Milan dalla Coppa Italia e conquista il Milan. Difesa a zona, ma sempre alta o altissima; fuorigioco sino all'esasperazione; pressing forsennato, 4-4-2; tutti avanti e tutti indietro; tutti utili alla causa, ma nessuno indispensabile (chiedete a Van Basten se ancora oggi sia d'accordo) poiché" il gioco è il prodotto della squadra; se la squadra funziona, il singolo si esalta"; l'alternanza dei portieri, liberi aggiunti. Su tutto, sopra tutto, il coraggio di cambiare: "il pregiudizio si vince con le idee". Parola di uno da sempre convinto: "Per diventare un buon allenatore non bisogna essere stati per forza dei campioni; un fantino non ha mai fatto il cavallo". Già. E e è vero, come sostiene Allegri, che i cavalli si vedono al traguardo, Arrigo l'ha tagliato al galoppo. Ha cambiato il calcio, il modo di pensarlo, di giocarlo. Ha ribaltato logori stereotipi del nostro football, all'epoca tutto catenaccio e contropiede. Ha generato frotte di imitatori, ma nessun clone. L'Originale è sempre stato inarrivabile. Ha incantato il mondo. 

Il fustigatore

È  il 17 maggio '88, all'Old Trafford. Due giorni dopo avere conquistato lo scudetto a Como, si vola in Uk, il Milan gioca in amichevole contro lo United e vince 3-2: Virdis su rigore, Borghi, Borghi. Mai visti prima 50 mila inglesi che scattano in piedi e si spellano le mani per un'italiana Due giorni più tardi, non paghi, i rossoneri, battono pure il Real. Borghi segna ancora, è luce per gli occhi di Berlusconi, ma Sacchi lo gela: "Voglio Rijkaard". Braida vola a Lisbona, Frank straccia il contratto con lo Sporting e Arrigo pianta il terzo Tulipano a Milanello. Silvio voleva che portasse la squadra sul tetto del mondo e Arrigo lo fa. Nella notte di Barcellona '89, ebbri di gioia, i giocatori fanno il trenino. In un angolo dello spogliatoio, Arrigo è stranamente calmo. Scusa, sei diventato campione d'Europa e non festeggi? "Sì, però sto già pensando a Tokyo, all'Intercontinentale". Ma si gioca in dicembre, siamo a maggio.. "Appunto. Meglio portarsi avanti". Quando la spinta propulsiva si esaurisce e approda in Nazionale, le vedove di Arrigo si incatenano ai cancelli di Milanello vaticinando disastri con Capello al timone. Sbagliano di grosso. L'altro, intanto, vola al Mondiale Usa dove Baggio lo trascina in finale. Com'è andata con Taffarel lo sapete, però lo spessore dell'impresa rimane nella storia. Una, due, tante sono le vite dell'uomo che ha sempre detto: "Non siamo noi a doverci preoccupare degli avversari; sono gli avversari a doversi preoccupare di noi". E allora, ecco l'epilogo amaro dell'Europeo '96: precede l'ultima recita azzurra, a Sarajevo, la prima amichevole internazionale della Bosnia. Seguono l'infelice ritorno al Milan; i sette mesi all'Atletico Madrid; i 22 giorni da allenatore e i 15 mesi come dt del Parma; l'anno al Real quale capo dell'area tecnica e ds; il quadriennio di coordinatore delle nazionali giovanili azzurre, i panni del commentatore-fustigatore del calcio italiano che, senza di lui, non è più stato quello di quando c'era lui. "La Nazionale è lo specchio di ciò che esprime il campionato, quindi una realtà in cui dominano gli isterismi, la violenza, i debiti delle società, gli stadi fatiscenti". Per i suoi primi 80 anni, il Milan gli regala una maglia personalizzata. La dedica ideale? Arrigo io.

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