Sindelar, l’uomo che sfidò il nazismo

Coccia e Ferrari portano in scena la storia del centravanti austriaco che pagò con la vita la scelta di non accettare le imposizioni hitleriane

Giuseppe Granieri Giuseppe Granieri

Pubblicato il 19.11.2025, 06:30

4 min

Cartavelina. Il calciatore che sfidò il nazismo” è uno spettacolo teatrale dedicato a Matthias Sindelar, uno tra i più dotati centravanti di tutti i tempi, che venne soprannominato dai suoi tifosi, appunto, Cartavelina perché possedeva uno straordinario bagaglio tecnico, nonostante il fisico gracilino. Ideato e scritto dagli attori Gaetano Coccia e Davide Ferrari (che ne cura anche la regia), l’opera ha debuttato a settembre nella Fondazione Marazza di Borgomanero. Coccia, perché dedicare una pièce teatrale a un calciatore morto nel 1939? «Nel 1938 la vita di Sindelar e quella di milioni di persone venne travolta dall’Anschluss, l’annessione forzata dell’Austria con la Germania di Hitler. Per celebrare questa unione i gerarchi nazisti organizzarono un’amichevole al Prater di Vienna». Cosa successe? «Sindelar disobbedì: segnò il primo gol cui seguì quello del compagno Karl Sesta. A fine partita, solo gli autori delle reti si rifiutarono di eseguire il saluto nazista. Pochi mesi dopo, Sindelar e la sua compagna vennero trovati morti nella loro abitazione in circostanze mai del tutto chiarite».

Non solo calcio

Uno spettacolo che non parla, dunque, solo di calcio. «Parla anche degli imprevedibili intrecci tra il microcosmo di vite personali e il macrocosmo di eventi universali. Racconta, infatti, la parabola calcistica e umana di un campione che ha infranto il dogma che il calcio è un mondo che basta a se stesso: rievoca i sogni e i dubbi di un uomo deciso a portare avanti valori assoluti compiendo delle scelte a volte compromettenti». Tremendamente attuale. «È un corpo a corpo con la passione e la gioia, col dolore e la tragedia di vite spezzate e sogni infranti: e ci dice di noi, leggeri e fragili come la memoria». Quando è nata l’idea di realizzare questo spettacolo? «La scorsa primavera abbiamo raccontato questa storia a un pubblico di ragazzi delle scuole medie. Lì, ci siamo accorti delle potenzialità di questi avvenimenti, perché sono vicende interessanti e soprattutto poco conosciute e, quindi, abbiamo deciso di metterci mano e di lavorarci».

L'obiettivo dell'opera

Con quale obiettivo? «Volevamo allargare la prospettiva: ci interessava indagare e lavorare su un personaggio sportivo, che però ha vissuto il suo tempo e non è stato relegato solo all’immagine calciatore. Sindelar non è voluto rimanere solo in quella sfera, ma ha cercato con le sue scelte di andare oltre». Il nazismo ha tentato in tutti i modi di cancellare questa storia. «È stato completamente dimenticato, fuori da tutti i radar, e questo a causa di una scientifica azione delle SS che hanno voluto far dimenticare la sua storia». Come si svolge lo spettacolo? «Il racconto si apre con un sogno: il protagonista è un arbitro e questa figura è di fatto l’incubo ricorrente di Sindelar. Matthias continua a pensare alle parole di quell’uomo: “Quella partita non la giocherai”. Se vogliamo fare un parallelo, è un po’ come è capitato a Roberto Baggio, che non riesce a scordarsi il rigore di Pasadena, che torna ciclicamente a popolare i suoi incubi notturni». Cartavelina ha cominciato a girare per i teatri. «Siamo stati in scena al teatro Eduardo de Filippo a Marsciano, in provincia di Perugia e, recentemente, abbiamo fatto due serate al Theatron di Portici».

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