Narcoball: ascesa e crollo di un impero
Arrowsmith racconta il legame tra Pablo Escobar e il calcio colombiano. Omicidi, violenze, corruzione ma anche imprese e vittorie entrate nella leggenda
Pablo Escobar era un bambino quando la Violencia, la guerra civile che in Colombia costò la vita a centinaia di migliaia di persone tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta, arrivò nella città dove i genitori avevano trovato rifugio dopo che una malattia aveva decimato gli ottocento capi di bestiame che ne rappresentavano il sostentamento. Titiribí si chiama la città. «Gli Escobar sbarrano la porta d’ingresso e si stringono indifesi all’interno mentre i chusmeros (i guerriglieri, n.d.r.) vanno di casa in casa trascinando fuori le persone sospettate di avere opinioni politiche contrarie alle loro, per poi ucciderle in strada, facendole a pezzi con i machete». David Arrowsmith è un giornalista inglese, orgoglioso pronipote di un ex presidente della Colombia e discendente diretto di altri quattro. Ha lavorato in televisione per oltre vent’anni, creando e producendo apprezzati documentari. Ci volevano la sua sensibilità e la sua conoscenza di quella realtà sudamericana per scrivere “Narcoball. Amore, morte e calcio nella Colombia di Escobar” (66thand2nd, 244 pagine, 19 euro).
Il rapporto tra Narcos e calcio
Tutte le dittature contemporanee si sono servite del calcio. E, a volte, ci si sono anche appassionate. Quella di Escobar, il più noto e ricco (entrò addirittura nelle classifiche di Forbes) trafficante di cocaina e marijuana della storia, è stata una dittatura e il calcio ha rivestito un ruolo fondamentale nella sua esistenza. Ecco la ragione per cui ci occupiamo di “Narcoball”: non è una casualità se l’età dell’oro del calcio cafetero è coincisa con il periodo in cui Escobar e i suoi uomini sono stati i padroni del mondo. «Escobar diventa adulto nel contesto unico della Medellín degli anni Sessanta. Ed è qui che comincia a mostrare davvero i due tratti fondamentali della sua personalità: un totale disprezzo per l’autorità e un amore gioioso, esuberante, infantile per lo sport che più di ogni altro sta a cuore alle masse di tutto il pianeta». Arrowsmith è bravo a introdurci in una realtà poco conosciuta anche a chi si è nutrito dei libri di Gabriel García Márquez, Álvaro Mutis e Santiago Gamboa. Lo fa con una scrittura puntuale, efficace, che mai indulge nella retorica a cui si presterebbe una storia del genere, a tratti certamente epica. Di sicuro, come ha sottolineato Fabrizio Gabrielli, che di Sud America ne sa, la sua «è un’operazione ambiziosa: raccontare uno dei personaggi più mitopoietici degli ultimi anni, sul quale si sono scritti fiumi di parole, cercando di tenere le fila, parallelamente, della storia del calcio colombiano».
Narcoball: da Valderrama ad Asprilla
Vince la scommessa, Arrowsmith, perché la narrazione dell’ascesa e del declino del narco football non perde mai di vista i protagonisti sportivi - i più celebri dei quali sono Carlos Valderrama, René Higuita con la celebre parata dello scorpione e Tino Asprilla - e i risultati che condussero la nazionale al Mondiale di Italia 90 a quasi trent’anni dall’ultima partecipazione e, più tardi, al trionfo in Copa América. L’influenza e il denaro di Escobar hanno contribuito alla rinascita del calcio colombiano in modo inequivocabile e certo non pulito: il controllo dei quattro club più importanti, arbitri corrotti e uccisi, Maradona inconsapevole protagonista di una partita d’esibizione alla Catedral, il carcere privato del trafficante, l’omicidio di Andrés Escobar, il difensore che pagò con la vita un autogol nella partita persa contro gli Stati Uniti nel Mondiale del 1994 e il cui assassinio è raccontato nel capitolo intitolato “Il giorno più buio”. Dieci mesi prima, la Colombia aveva vinto 5-0 in casa dell’Argentina. Sette mesi prima, la polizia aveva posto fine alla vita di Pablo Escobar.
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