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Addio a Russo: idolo assoluto, non solo al Boca

Se n’è andato l’altra notte, “Miguelo”, e no, non è stato un fulmine a ciel sereno

Roberto ColomboRoberto Colombo

Pubblicato il 10.10.2025, 13:15

4 min

Quando ti dicono: “Lei ha un cancro” passeggi, giorno dopo giorno, a braccetto con la morte. Ti abitui al pensiero che il tic-tac dell’orologio che segna il conto alla rovescia del tuo cammino su questa terra corra sempre più veloce. Diventi egoista: vuoi solo fare ciò che ti dà piacere perché senti che non ti resta molto, indipendentemente dall’esito delle chemio, delle operazioni, delle cure, durissime, a cui vieni sottoposto nel tentativo di rallentare la folle corsa verso il precipizio. C’è chi prova gioia a scrivere, chi nel viaggiare, chi ad allenare. E questa sensazione, per quanto posticcia, finta, dà sollievo. Sollievo e pure felicità. Qualche giorno fa durante un’intervista, Miguel Ángel Russo, allenatore del Boca Juniors e idolo non solo del Xeneize ma anche di Estudiantes de La Plata, Vélez Sarsfield, Rosario Central e pure dei Millonarios Bogotà, a chi gli chiedeva come stesse rispondeva «Estoy feliz». Sono felice.

Nessuno voleva crederci

Se n’è andato l’altra notte, “Miguelo”, e no, non è stato un fulmine a ciel sereno. Lo vedevi sempre più magro, scavato, con un colorito sempre meno roseo, sempre più di cera. Era ricoverato in prognosi riservata, circondato dall’affetto della famiglia e degli amici. Fino a una decina di giorni fa era lì, al suo posto, al Predio di Ezeiza, sul campo, a guidare Cavani e tutti gli altri Bosteros, come se il cancro non esistesse. Poche settimane fa era lui a dirigere, dalla panchina, il Boca al Gigante de Arroyito, il tempio dove si venera il Rosario Central, il club con cui vinse la Copa de la Liga Profesional nel 2023. Era lì a prendersi l’abbraccio del suo capitano, Jorge “Fatura” Brown, che mentre lo stringeva a sé si scioglieva in pianto. Tutti sapevano come sarebbe finita. Nessuno voleva crederci.

Sorriso eterno

La sua dentiera bianchissima era oggetto di commenti umoristici. Ovunque andasse, il suo sorriso era la prima cosa che vedevi: splendeva sulla cornice abbronzata del suo viso. Se “Miguelo” dev’essere ricordato, oggi e per sempre, è con quel sorriso enorme che è diventato il suo marchio di fabbrica. Un sorriso che ha regalato a tutti i tifosi delle squadre dove ha giocato, dei club che ha allenato e in cui ha vinto. Per chi non avesse ben chiaro cosa Russo significhi per il Boca Juniors, senza il classico miele che tenta di addolcire il lutto, basti dire che in oltre 60 anni di storia della Libertadores, solo 3 allenatori l’hanno vinta col Xeneize: Toto Lorenzo, Carlos Bianchi e, appunto, “Miguelo”. «La Copa», come la chiamava lui, è il torneo che tiene svegli noi tifosi del Boca la notte. Lo sapeva, ed era la sua più grande preoccupazione. Ecco perché ha sorriso, domenica dal suo capezzale, quando gli hanno raccontato che il 5-0 sul Newell’s riportava la squadra nel torneo che lui aveva giurato di tornare a regalare alla gente azul y oro. Un sorriso che non scorderemo. Un sorriso eterno, che trascende la vita. Muchas gracias, “Miguelo”. E a presto. 

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