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Il calcio globalizzato senza un centro di gravità

I soldi più che il blasone, i marchi più delle bandiere: addio alla storia del football scritta tra Europa e Sudamerica, con le intercontinentali sfide ideologiche

Francesco Caremani Francesco Caremani

Pubblicato il 15.08.2025, 13:30

5 min

“Lezioni americane” di Italo Calvino è un’indagine sulle qualità che rendono una storia potente e duratura, per definire un’idea di letteratura che possa affrontare le sfide del futuro. Noi, molto più prosaicamente, vogliamo capire quali sfide deve affrontare il calcio, soprattutto italiano, e come può sostenerle. Una volta erano in due: Europa e Sud America. Bastava un oceano in mezzo per costruire un mito. Era un duopolio imperfetto, spesso ingiusto, talvolta elitario, ma custodiva una cosa preziosa: una narrazione condivisa del calcio come cultura popolare, radicata nei bar di Buenos Aires come nei campi fangosi dell’Inghilterra industriale. Oggi il calcio è ovunque. Ed è un altro sport.

Con il calcio globale tutto si è allargato, ma anche appiattito

Per oltre mezzo secolo, la storia del football si è scritta tra l’Europa e l’America Latina. Pelé e Maradona da un lato, Cruijff e Platini dall’altro; più tutti gli altri. Era una narrazione binaria: estetica contro struttura, genio contro organizzazione, calle contro cattedrale. Un equilibrio dinamico, anche violento, ma culturalmente ricco. Le finali intercontinentali erano guerre ideologiche. Le coppe europee sinfonie in crescendo. Le figurine Panini mappe del mondo con un centro ben definito. Con il calcio globale tutto si è allargato, ma anche appiattito.È iniziato con l’importazione di calciatori stranieri. Una volta la direttrice era quasi univoca: Sud America verso Europa. Poi la globalizzazione, anche calcistica, ha letteralmente disintermediato questi flussi creandone uno unico, dove la sola regola è: i soldi più che il blasone. Questo ha portato a un mutamento epocale nel calcio, non esiste più quello argentino, brasiliano, olandese, tedesco, italiano, inglese, ma si parla di football posizionale, funzionale e relazionale, le competenze si mescolano e la narrazione della “bandiera” ha lasciato il posto a quella del brand, marchio, dei rispettivi club. Tanto che guardando alla nazionale francese non si può non pensare che sia espressione del miglior calcio africano, tra seconde e terze generazioni e naturalizzazioni.

Il denaro ha trasformato il calcio

Una cosa, però, deve essere chiara, non c’è un nemico esterno. Il calcio è cambiato sempre partendo dall’Europa, dalle regole alle competizioni, dai calciatori alle proprietà straniere, lì dove è il denaro a ridisegnare la nuova geografia pallonara trasformando il nous di tutto questo dove si investe di più e meglio. Sono stati i club, poi federazioni e confederazioni – tra Europa e Sud America – a modificare il calcio, trasformando il denaro nell’unità di misura del tutto, moltiplicando le competizioni internazionali e diluendo i format. La missione è “raggiungere i fan di ogni angolo del pianeta”. Un club oggi non rappresenta più la propria città, ma una visione del mondo: inclusiva, moderna, fluida, ma anche omologata, filtrata, algoritmica. Una corsa forsennata che ha fatto perdere di vista il focus e gettato il football in pasto ai “nuovi” ricchi che ne hanno fatto e ne fanno strumento di potere politico, economico e sportivo, plasmandolo secondo esigenze e culture che in Occidente fatichiamo a riconoscere e ad accettare.

Solo il calcio argentino resta un fenomeno di popolo

Ma la nostalgia, tipico sentimento da ubriacatura social, e le crociate contro tutto ciò che è cambiamento non hanno portato a niente se non a superare, più e più volte, il senso del ridicolo. In fondo la stessa Premier League, osannata per la sua ricchezza, per sapere unire innovazione e tradizione, per gli stadi e l’atmosfera, porta con sé la narrazione di chi si rifugia nei campionati minori per ritrovare contesti “storicizzati”. C’è chi resiste. Chi prova a conciliare globale e locale. Il calcio argentino resta un fenomeno di popolo. In Marocco e in Senegal si costruiscono accademie autosufficienti. Alcuni club europei – vedi St. Pauli o Athletic Bilbao – difendono il legame con la propria comunità e non solo. Il futuro non deve per forza essere post identitario. Ma serve una nuova visione. Non un ritorno al passato, ma una globalizzazione consapevole, in cui ogni cultura abbia voce e dignità. Il calcio globale ci ha resi spettatori universali, ma tifosi meno autentici. Abbiamo guadagnato accesso, mercato, visibilità, ma perso riti, radici, senso del tempo. Il mondo ha preso il pallone e lo ha fatto rotolare ovunque. Ora la sfida è farlo appartenere di nuovo a qualcuno.

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