
Gli americani e la scoperta (o conquista) dell’Europa
“Lezioni americane” di Italo Calvino è un’indagine sulle qualità che rendono una storia potente e duratura, per definire un’idea di letteratura che possa affrontare le sfide del futuro. Noi, molto più prosaicamente, vogliamo capire quali sfide deve affrontare il calcio, soprattutto italiano, e come può sostenerle.
Gestione e visione da una parte, cultura e identità dall’altra. È sul filo sottile della semantica che si declina la presenza delle proprietà statunitensi nel calcio europeo, una scalata iniziata più di un decennio fa che si è trasformata in una inarrestabile valanga, portando giù sia il buono che il cattivo di una strategia imprenditoriale prima che sportiva. E qui c’è già la prima crepa, perché non si tratta di sport americani ma di calcio, soccer come lo chiamano al di là dell’oceano, mentre qui il tifoso non è considerato solo un consumatore ma un co-proprietario emotivo del club; anche se la prima definizione sta sempre di più fagocitando la seconda.
Dalla Premier alla Serie A
Le proprietà statunitensi si sono concentrate prima nella Premier League, poi in Serie A e nella belga Pro League, con operazioni a macchia di leopardo, tra le altre, in Ligue 1 e in Spagna. Ma non siamo qui per fare la lista della spesa, bensì per cercare di comprendere un fenomeno e di metterne in evidenza pregi e difetti. Nessuna crociata, per carità, nessun intento moralizzatore. Come abbiamo già sottolineato è stato il calcio europeo, cambiando e cercando sempre di più l’entertainment, ad aprire le porte ai capitali stranieri, con una grande differenza. In Premier League hanno trovato una governance forte, con una distribuzione più equa dei diritti televisivi e una narrazione globale del prodotto. In Serie A, infrastrutture obsolete, burocrazia e scarsa lungimiranza strategica. In Inghilterra hanno trovato un sistema maturo che sono costretti a rispettare, in Italia un sistema bellicoso nelle cui crepe è più facile inserirsi. All’inizio erano imprenditori sportivi che volevano diversificare i propri asset, poi sono arrivati i private equity e i fondi d’investimento, che hanno obiettivi finanziari prima che sportivi. Il tifoso europeo chiede trasparenza, riconoscibilità, radicamento territoriale. L’investitore americano cerca margini di crescita, valorizzazione del brand, ritorno sul capitale, e questo crea attriti.
Gli esempi di Milan e Roma
L’arrivo dei capitali americani ha alcuni effetti positivi evidenti: modernizzazione, managerialità, apertura a mercati internazionali. I club spesso beneficiano di nuove competenze nel marketing, nello sviluppo commerciale e nella digitalizzazione. Il Milan, sotto RedBird, ha avviato un processo di efficientamento gestionale; la Roma con i Friedkin ha trovato stabilità finanziaria. Ma ci sono anche rischi sostanziali. L’orizzonte è finanziario, non affettivo. Se il club non performa, secondo le aspettative economiche, può essere rivenduto o depotenziato. Il legame con il territorio rischia di diventare un orpello inutile, la tifoseria una voce del bilancio Crm, Customer relationship management. Alcuni fondi acquistano club in difficoltà usando la leva del debito. È il modello leveraged buyout: si compra con denaro preso in prestito, scaricando parte del debito sul club stesso; è accaduto sia in Premier che in Serie A. Questo crea un rischio sistemico: se il club non cresce abbastanza, salta tutto. In parallelo, c’è l’interesse immobiliare: nuovi stadi, cittadelle dello sport, hotel, centri commerciali. Il club è una porta d’ingresso per investimenti urbanistici. L’obiettivo è ottenere permessi e alleanze politiche più facilmente. Possedere un club europeo oggi potrebbe rivelarsi un biglietto di sola andata per un futuro torneo d’élite: come la nuova Champions League. I proprietari americani credono che il calcio europeo stia andando verso un modello chiuso e iper commerciale, più simile a Nba e Nfl. Acquisire ora un club ‘medio’ potrebbe significare ritrovarsi tra i grandi domani. Ma non tutti gli investitori sono uguali. Alcuni sono visionari, altri opportunisti. Dietro certe proprietà si celano: fondi opachi, con struttura offshore e beneficiari ignoti; strumenti speculativi, che usano il club per generare cash flow da terzi; operazioni borderline, con intrecci tra sport, politica e finanza; assenza di reale interesse sportivo, ma solo di exit strategy.
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