Pizzul, così abbiamo scoperto che era uno di tutti
Dopo il funerale, un autentico funerale di popolo, intriso di commozione, dolore, affetto, i suoi amici hanno offerto un brindisi all'oratorio di Cormons. Fabio, il figlio di Bruno Pizzul, ha sorriso: "Chi gli voleva bene, ha voluto organizzare un ricordo laico. D'altronde, nel Collio non si può fare diversamente". Da qualche parte, lassù, Bruno avrà di certo brindato anche lui. Ha ricevuto l'ultimo saluto il giorno prima del suo compleanno numero 87: nella numerologia, l'8 è il simbolo della capacità di raggiungere risultati duraturi; il 7 rappresenta ogni forma di conoscenza. Tutto si tiene, quando pensi a "un uomo vero" (cit. Dino Zoff); al "gigante con il microfono che, se il pallone potesse parlare, avrebbe la sua voce" (cit. post su Facebook). Ha detto ancora Fabio: "Abbiamo scoperto che papà era un po' di tutti. Lo sport è la cosa più inutile del mondo, ma, al tempo stesso, la più straordinariamente bella. È grazie a esso che ci siamo riuniti, travolti dai messaggi di affetto".
Zoff ricorda bruno Pizzul
La morte di Pizzul ha suscitato un'impetuosa ondata di cordoglio; di generale, condivisa e rara intensità. Ha affondato le radici nella capacità di raccontare il calcio con lo stile, la cultura, il garbo con cui Bruno entrava nelle case di milioni di appassionati e non solo di appassionati di calcio, "in sto Paese che parla sempre de balon", come motteggiava rivolto a un'altra, inimitabile voce dello sport, Franco Bragagna. A proposito di voci, di nuovo Zoff: "Aver fatto il calciatore lo aiutava nel giudicare le varie situazioni. E poi, aveva un timbro di voce molto particolare che restava dentro. Definirei Bruno un friulano che ci ha rappresentato nel migliore dei modi, in Italia e all’estero. Noi siamo sempre stati orgogliosi delle nostre radici e dei valori che ci sono stati trasmessi. Diciamo che il suo era uno stile molto friulano, asciutto. Andava al succo delle cose".
Pizzul e l'incredibile legame con la sua Cormons e il Friuli
Friulano di Cormons, settemila abitanti a tredici chilometri da Gorizia, le radici profonde dell'anima, mai recise e ritrovate dopo gli oltre quarant'anni milanesi. Cormons, il posto del cuore e di un'infanzia in cui aveva vissuto momenti rimasti indelebili nella memoria: "Nei quaranta giorni di terrore sotto la minaccia di Tito (1 maggio-12 giugno 1945), ricordo che in paese le famiglie si erano divise, vivevano nel sospetto e nel rancore reciproco delle opposte fazioni, pro e contro la Jugoslavia. Un uomo di dialogo e illuminato come don Rino Cocolin, futuro arcivescovo di Gorizia, capì che noi ragazzi dovevamo rimanere uniti e per questo ci lanciò un pallone scucito e pieno di gobbe e ci disse: 'Ora giocate tutti insieme'. Era l’unico pallone di Cormons e i genitori, vedendo i figli giocare felici, placarono il loro odio". Pizzul, il gigante con il microfono: alcuni odierni urlatori non potrebbero manco attaccarne la spina. Volete mettere la voce di Bruno, il suo tono, mai sguaiato, mai cafone, con le grida di troppi, mancati suoi emuli, convinti che per farsi ascoltare bisogna ululare. E che dire delle urticanti degenerazioni del telecalcio: la pitch inspection, il braccetto, il quinto, la transizione, la catena di destra, di sinistra, lo scarico, il prospetto e le altre lepidezze, manifesto di un malconcio bagaglio lessicale. Pizzul no. Pizzul possedeva una proprietà di linguaggio assoluta, coniugata alla voce competente, pastosa, lucidata dall'erudizione calcistica che non aveva bisogno di essere né ostentata né di tediare lo spettatore con fluviali statistiche o logorroiche argomentazioni. Egli aveva avuto maestri eccellenti come Nicolò Carosio e Nando Martellini, prima di salire a sua volta in cattedra, autentico domatore di parole. Senza tirarsela, senza iattanza, sempre con l'umiltà racchiusa nella frase che significativamente ha riassunto la sua filosofia di vita: "Ho cercato di fare il lavoro che amavo nel miglior modo possibile e senza superbia”. Ci sei riuscito, Bruno. Eccome se ci sei riuscito. Prosit.
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