Grazie Mazzone, insegnavi a vincere anche perdendo
Per vincere tanto e davvero, devi imparare a perdere e a godere del poco che talvolta ti passa il convento. Glielo hai insegnato tu, assieme al Brescia, all’Italia
Ciao, Carletto. Anche se te ne sei andato, resti. Resti il simbolo del calcio che ci fece innamorare da piccoli. Hai mollato per ultimo, ben dopo la radiolina a transistor incollata all’orecchio; dopo la contemporaneità delle partite con la loro sacralità domenicale; dopo 90° minuto, Paolo Valenti e dopo Tonino Carino che raccontava le sorprendenti quanto meravigliose tue gesta ascolane e i rozziani tuoi gesti. Dopo la differita di un ‘tempo di una partita di calcio’; dopo la semplicità. Dopo la poesia, ch’era in tutto questo: il pallone. Un pallone un po’ ruvido, con la barba sempre da fare, gli occhi stropicciati e l’inflessione dialettale. Ma vero, mio dio quanto era vero quel pallone. Proprio come te. Duro con i duri e tenero con chi la corazza doveva ancora costruirsela o gliel’avevano frantumata, in campo e fuori: da Giannini a Pirlo, da Totti a Baggio, da Guardiola a Signori.
Proprio Guardiola, che ha vinto tutto e vince tutto, quando parla dell’umiltà racconta di averla scoperta al Brescia - il tuo - e dice che “si vinceva poco ma quando si vinceva si godeva”. Le due cose secondo me sono collegate: per vincere tanto e davvero, devi imparare a perdere e a godere del poco che talvolta ti passa il convento. Glielo hai insegnato tu, assieme al Brescia, all’Italia. Che era un’altra, come il calcio, ma lasciamo perdere. Il dramma è che non lo insegnano più. Per questo ti saremmo vieppiù grati, più di quanto già non lo siamo, se in qualche modo potessi intercedere, con quel tuo tonante vocione, e farcene mandare un altro. Se non proprio un Mazzone, un Sor Carletto.
Avevi un solo difetto, per me: non hai mai allenato il mio Toro. E chi ha il cuore granata ben sa quanto ci saresti stato a meraviglia, su quella panchina: parevi fatto apposta. E ti sarebbe piaciuto un sacco, te l’assicuro. Un autentico peccato, benché una strana sensazione consola: è come se tu fossi stato l’allenatore di tutti. Così ti sentiamo. Al di là delle casacche, di stemmi e colori. Nel Paese dei campanili, nel faziosissimo calcio, è un prodigio. Delinea la tua grandezza. Ci mancavi già da un pezzo, però sapevamo che c’eri e pensarti ci confortava, ce ne stavamo un po’ assieme a te e al nostro vecchio calcio. Ora ci conforta il saperti libero nell’Olimpo dei campioni, comunità in cui Mazzone ne avrà da dire e da fare, da accarezzare e da calciare dove lui sa. Tu, Carletto, rimani qui con noi. E rimarrai, com’è sempre rimasta nei secoli la poesia che ora non c’è. Grati di averti avuto (in particolare all’indimenticabile Costantino Rozzi che ti spinse in panchina): senza te il calcio sarebbe stato molto meno bello, molto meno amato. E il calcio dei poveri sarebbe stato tanto tanto più povero.
Abbonati per continuare a leggere
Scegli l’abbonamento che fa per te e sblocca un mondo di contenuti esclusivi,
navighi senza interruzioni e scopri il piacere della lettura.
Basic
€ 19 Prezzo standardRisparmi il 53%€ 9,00al mese- 5 contenuti al mese
Più scelto
Plus
€ 29 Prezzo standardRisparmi il 34%€ 19,00al mese- 10 contenuti plus al mese
- Nessuna pubblicità
Best value
Pro
€ 49 Prezzo standardRisparmi il 20%€ 39,00al mese- Contenuti illimitati
- Supporto prioritario
Sei già abbonato?
Da non perdere
Unisciti alla Community
Accedi o registrati per dire la tua sui temi che più ti interessano e utilizzare al meglio i servizi di Tuttosport. Completa il tuo profilo per essere sempre aggiornato su notizie, eventi, offerte e tutto per vivere al meglio il mondo dello sport.
ACCEDI
oppure
o entra con DISQUS

