Grazie Mazzone, insegnavi a vincere anche perdendo

Per vincere tanto e davvero, devi imparare a perdere e a godere del poco che talvolta ti passa il convento. Glielo hai insegnato tu, assieme al Brescia, all’Italia

Alberto ManasseroAlberto Manassero

Pubblicato il 20.08.2023, 14:51

4 min

Ciao, Carletto. Anche se te ne sei andato, resti. Resti il simbolo del calcio che ci fece innamorare da piccoli. Hai mollato per ultimo, ben dopo la radiolina a transistor incollata all’orecchio; dopo la contemporaneità delle partite con la loro sacralità domenicale; dopo 90° minuto, Paolo Valenti e dopo Tonino Carino che raccontava le sorprendenti quanto meravigliose tue gesta ascolane e i rozziani tuoi gesti. Dopo la differita di un ‘tempo di una partita di calcio’; dopo la semplicità. Dopo la poesia, ch’era in tutto questo: il pallone. Un pallone un po’ ruvido, con la barba sempre da fare, gli occhi stropicciati e l’inflessione dialettale. Ma vero, mio dio quanto era vero quel pallone. Proprio come te. Duro con i duri e tenero con chi la corazza doveva ancora costruirsela o gliel’avevano frantumata, in campo e fuori: da Giannini a Pirlo, da Totti a Baggio, da Guardiola a Signori.

Proprio Guardiola, che ha vinto tutto e vince tutto, quando parla dell’umiltà racconta di averla scoperta al Brescia - il tuo - e dice che “si vinceva poco ma quando si vinceva si godeva”. Le due cose secondo me sono collegate: per vincere tanto e davvero, devi imparare a perdere e a godere del poco che talvolta ti passa il convento. Glielo hai insegnato tu, assieme al Brescia, all’Italia. Che era un’altra, come il calcio, ma lasciamo perdere. Il dramma è che non lo insegnano più. Per questo ti saremmo vieppiù grati, più di quanto già non lo siamo, se in qualche modo potessi intercedere, con quel tuo tonante vocione, e farcene mandare un altro. Se non proprio un Mazzone, un Sor Carletto.

Avevi un solo difetto, per me: non hai mai allenato il mio Toro. E chi ha il cuore granata ben sa quanto ci saresti stato a meraviglia, su quella panchina: parevi fatto apposta. E ti sarebbe piaciuto un sacco, te l’assicuro. Un autentico peccato, benché una strana sensazione consola: è come se tu fossi stato l’allenatore di tutti. Così ti sentiamo. Al di là delle casacche, di stemmi e colori. Nel Paese dei campanili, nel faziosissimo calcio, è un prodigio. Delinea la tua grandezza. Ci mancavi già da un pezzo, però sapevamo che c’eri e pensarti ci confortava, ce ne stavamo un po’ assieme a te e al nostro vecchio calcio. Ora ci conforta il saperti libero nell’Olimpo dei campioni, comunità in cui Mazzone ne avrà da dire e da fare, da accarezzare e da calciare dove lui sa. Tu, Carletto, rimani qui con noi. E rimarrai, com’è sempre rimasta nei secoli la poesia che ora non c’è. Grati di averti avuto (in particolare all’indimenticabile Costantino Rozzi che ti spinse in panchina): senza te il calcio sarebbe stato molto meno bello, molto meno amato. E il calcio dei poveri sarebbe stato tanto tanto più povero.

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