Dalla, quanto è profondo l'amore per Lucio
Il 4 marzo avrebbe compiuto 80 anni pieni di arte, sentimenti e tantissimo sport. Le passioni per Bologna e Virtus, senza scordare i motori
Non è soltanto la musica a celebrare gli 80 anni di Lucio Dalla, perché quel 4 marzo 1943 divenuto il titolo di uno dei suoi primi brani immortali, rappresenta la data di nascita di un artista che ha lasciato una traccia indelebile anche nello sport. Il suo sogno, comune a chissà quanti adolescenti, era quello di diventare una stella sul campo, nel suo caso da basket, ma... “l’altezza mi ha fregato”. Il suo contributo alla storia dello sport è arrivato ugualmente, con note e parole dedicate a leggende dei motori e del calcio, e per generazioni di appassionati esiste almeno un momento legato allo sport che si unisce a un brano di Lucio Dalla.
Senna e Nuvolari
Un artista che, orgogliosamente, viene da quella “terra di sognatori” cantata in “Ayrton”, non poteva che appassionarsi a ciò che più di tutto fa sognare: lo sport. Dalla lo ha cantato narrando le gesta di eroi generazionali come Ayrton Senna, la Leggenda della Formula 1 che nella canzone scritta poche ore dopo la tragedia di Imola da Paolo Montevecchi (scomparso proprio martedì scorso a 60 anni) diceva addio alle miserie della condizione terrena sacrificando la propria vita per entrare nel cuore di milioni di appassionati, e per dire quanto la F1 fosse al punto di non ritorno. Non è un mistero che da quel giorno, la sicurezza del Circus conobbe un cambio di 360 gradi. Nel quadro delle canzoni di Dalla non c’era spazio soltanto per gli idoli, ma anche per i fedeli di quello che a suo modo è un culto. Come “la gente” che in “Nuvolari” aspetta l’arrivo del mantovano volante “per ore e ore, e finalmente quando sente il rumore salta in piedi e lo saluta con la mano, gli grida parole d'amore”. Dalla – che dedicò un album alle quattro ruote, “Automobili” - ha voluto conoscere da vicino le corse, partecipando a tre edizioni della Mille Miglia in chiave moderna negli anni in cui emergeva un’altra leggenda a cui ha dedicato un brano: Valentino Rossi, ispiratore di “Due dita sotto il cielo”.
Il Codino
Quando Dalla è scomparso, Rossi correva - senza fortuna - con un’eccellenza bolognese come la Ducati. Proprio Bologna: Dalla cantava la sua città anche quando non lo faceva espressamente. Le atmosfere delle canzoni conducevano sotto I Portici, patrimonio dell’Unesco, fino alle Due Torri, passando per Piazza Maggiore. E poi al Dall’Ara. Dove Baggio, altro soggetto di una canzone di Lucio, per un anno ha deliziato la città che aveva dato i natali ad Angelo Schiavio e Giacomo Bulgarelli prima di finire in un limbo nel quale sognare era quasi vietato. Un anno solo, nel quale i boom degli abbonamenti per il Divin Codino non contagiò Lucio: lui, infatti, il posto in tribuna - e pagato, senza omaggi per fare passerella - l’ha sempre avuto e continua ad averlo. E in ogni partita al Dall’Ara, Lucio è presente: la sua voce, assieme a Gianni Morandi, Andrea Mingardi e Luca Carboni - dura trovare un cast più ricco per l’inno di un club… - accompagna l’ingresso delle squadre in campo (“Le tue ali Bologna”) e a fine gara, le note di “L’anno che verrà” sono il tocco di nostalgia che simboleggia l’epilogo dello spettacolo e della festa.
Guardò verso la poltroncina di Dalla, il 4 marzo di 11 anni fa, Stefano Pioli, in panchina per i rossoblù che sconfissero il Novara onorando il bolognese più conosciuto, scomparso tre giorni prima. “Disperato erotico stomp” rispose il tecnico a chi lo interrogò sul proprio brano preferito, e oggi - in un’altra occasione da occhi lucidi, col ritorno a Firenze a cinque anni dalla tragedia di Davide Astori - nel cuore del tecnico campione d’Italia c’è spazio per Lucio. Che ha sempre vissuto lo sport con passione e senza faziosità. Nell’aprile del 1990 andò a complimentarsi con il Napoli che aveva appena vinto 4-2 al Dall’Ara ipotecando lo scudetto: del resto, il capolavoro “Caruso” aveva avvicinato Dalla alla cultura partenopea. “Regalai un mio amuleto a Diego Armando Maradona” disse. Anni dopo, il cantautore è stato ricambiato con un orecchino.
La Virtus Bologna
Dal posto in tribuna, Lucio correva verso Piazza Azzarita, per arrivare in tempo per la palla a due della Virtus. Bologna è Basket City, l’unica grande città dove il calcio non solo non monopolizza l’attenzione, ma talvolta fatica a essere in cima ai pensieri degli sportivi. Merito pure di Dalla, in quegli Anni ‘70 in cui una Virtus vincente - grazie anche al primo Dan Peterson italiano in panchina - fece soprannominare “Madison” il tempio del basket cittadino, sempre sold-out. Lucio entrava, spesso con la pelliccia lunga fino ai piedi, salutato da un coro della curva bianconera. Celebre la sua foto con Augusto Binelli, quasi mezzo metro più alto con i suoi 2.13, nel 1984, l’anno dello scudetto della stella, con coach Bucci divertito sullo sfondo. Bucci sarebbe tornato dieci anni dopo, nella Virtus del campione preferito da Lucio, Sasha Danilovic, definito poeticamente “Rondine con i jeans”. Dalla, che si finse il padre del campione serbo in un memorabile sketch televisivo con Danilovic e Morandi, è stato l’unico a far piangere Sasha il duro, facendogli ascoltare “Henna”, un brano contro la guerra nell’ex Jugoslavia. Quando Danilovic ha lasciato il basket, a fine 2000, il commiato è stato con una canzone dell’amico artista: “Ciao”. Ma l’amore per la palla a spicchi (“L’unico sport che ogni 20 secondi regala un’emozione”) andava oltre la Virtus: Lucio era abbonato anche alla Fortitudo: “Perché anche la Fortitudo è Bologna”. E in fondo, in una città che riempiva il palasport con gli abbonati, era l’unico modo per assistere anche al derby in trasferta... Ma c’è traccia di Dalla nella memoria dei tifosi di basket di tutta Italia: negli anni del boom, la diretta del sabato pomeriggio (il 2° tempo dell’anticipo sulla Rai) era aperta dalla sigla “Bim Bum Basket” scritta da Lucio, inconfondibile con la sua musica, i guizzi e gli accenti, senza bisogno di parole.
Lucio Dalla e lo sport, un amore profondo e ricambiato. La sua etichetta discografica si chiamava Pressing, e lo sport entrava nei testi anche quando si parlava d’altro. Come la prima Coppa Campioni di una squadra italiana, simbolo di un Paese che finalmente sembrava poter guardare avanti: “Milan e Benfica, Milano che fatica”. Già, che fatica, undici anni senza Lucio.
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