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Calvino centenario e il calcio parlante da riformare

Non è stato soltanto uno scrittore, un grandissimo scrittore, è stato prima di tutto un esempio di limpidezza di scrittura, chiarezza, di nitore della prosa

Matteo MaraniMatteo Marani

Pubblicato il 15.01.2023, 14:06

4 min

Cento anni fa, nasceva Italo Calvino. Non è stato soltanto uno scrittore, un grandissimo scrittore, è stato prima di tutto un esempio di limpidezza di scrittura, chiarezza, di nitore della prosa. La frase ha sempre suonato in modo diverso nelle sue opere, asciutta ma originale. In una parola: perfetta. Molte iniziative lo celebreranno da qui al 15 ottobre, giorno della ricorrenza, e in qualche maniera anche il calcio dovrebbe farlo. Potrebbe essere la settima lezione americana, dopo le varie “leggerezza” ed “esattezza”. Anche il calcio avrebbe davvero bisogno di un manifesto di scrittura per questo millennio, così come il grande Calvino spiegava agli studenti statunitensi. Uno dei problemi del pallone, infatti, è il suo linguaggio. Pensateci: in qualche maniera siamo scivolati – tutti – a parlare peggio, ad argomentare con un numero di vocaboli ridotti, a scrivere spesso per stereotipi, stilemi linguistici, per non dire delle varie sgrammaticature. Lasciamo stare la mancanza di profondità di fondo, per la quale andrebbero chiamate in causa le università prima dei campi di calcio.

La nuova lingua del calcio

Il calcio, tra la fine della Seconda guerra mondiale e gli Anni 60, rifondò la sua lingua. Molti, come si sa, lo dobbiamo a quel Dante non nato a Firenze, ma a San Zenone. All’anagrafe Giovanni Luigi Brera, che la lingua la risciacquava nel Po, tra Manzoni e gli scrittori di mezza Europa. Però fu una continua invenzione: il libero, il catenaccio, il centravanti, la melina, l’incornare il pallone. Senza Brera, al dizionario moderno del gioco mancherebbe parecchie pagine. Soprattutto, era una prosa ricca, alta, letteraria. Uscivi dalla lettura dell’Arcimatto avendoci capito forse poco, tra miti classici e citazioni coltissime, ma capivi che ti eri comunque arricchito. Oggi, ascoltando certe voci in onda, leggendo alcuni articoli, soprattutto navigando nell’oceano spesso limaccioso del web, ti accorgi invece che l’impoverimento è continuo e costante. Al posto di provare a coniare una nuova lingua – pescando dalla letteratura, dalla storia, dalla cultura in genere – si va dietro alle espressioni del campo, le quali sono sicuramente utili agli allenatori, ma che risultano ridicole in altri che le utilizzano. Il braccino della difesa, la catena sulle fasce, la densità di gioco, le seconde palle: onestamente, che cosa vogliono dire? Dispiace che non sia più qui tra noi Umberto Eco, maestro di semiotica, che avrebbe potuto dedicare a questa stranissima evoluzione (o involuzione) una Bustina di Minerva.

Il calcio parlante

Il problema del linguaggio non è banale. Uno splendido personaggio interpretato da Nanni Moretti in Palombella Rossa, pronunciava una profonda verità: «Chi parla male, pensa male e vive male». La violenza si genera prima di tutto con le parole sbagliate. Un vocabolario ampio aiuta il dialogo e il dialogo significa comprensione, mediazione, risoluzione dei problemi. Se non hai parole, ti puoi solo menare su un autogrill toscano. Il linguaggio fa sempre la differenza. So che il calcio ha bisogno di riforme, stadi nuovi, di tantissime cose, persino difficili da elencare per lunghezza e tedio nel ricordarlo. Ma forse, prima di tutto, avrebbe bisogno di parlare di nuovo bene, necessitano persone che si esprimano in un italiano pulito. È un piccolo proposito nell’anno del Centenario della nascita di Italo Calvino. Il Calcio Parlante.

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