Pasolini contro Bertolucci: pallone, cinema e poesia

La storia e i retroscena della passione del poeta e regista friulano per il calcio e della celebre partita giocata dalle troupe di "Salò o le 120 giornate di Sodoma" e "Novecento"

Pubblicato il 23.12.2022, 14:00 (Aggiornato il 23.12.2022, 14:11)

9 min

«Che pomeriggi ho passato a giocare a pallone sui Prati di Caprara (giocavo anche sei-sette ore di seguito, ala destra, ero con gli amici, che qualche anno dopo, mi avrebbero chiamato lo “Stukas”: ricordo dolce e bieco), sono stati quelli indubbiamente i più belli della mia vita. Mi viene quasi un nodo alla gola, se ci penso». Così Pasolini si esprimeva su cosa fosse per lui il gioco del calcio. E aggiungeva: «Vogliamo divertirci a definire l’unità minima della lingua del calcio?». Ecco: «Un uomo che usa i piedi per calciare un pallone è unità minima: tale “podema”. (…) Chi non conosce il codice del calcio non capisce il “significato” delle parole (i passaggi) né il senso del discorso (un insieme di passaggi). Non sono né Roland Barthes, né Greimas, ma da dilettante, potrei scrivere un saggio ben più convincente sulla “lingua del calcio. Penso, inoltre, che si potrebbe scrivere altro saggio intitolato: Propp applicato al calcio: perché, naturalmente, come ogni lingua, il calcio ha il suo puramente “strumentale” rigidamente e astrattamente regolato da un codice, e il suo momento “espressivo”. Ebbene, anche per la “lingua del calcio” si possono fare distinzioni del genere. Ci può essere un calcio come linguaggio prosastico e un calcio come linguaggio poetico. Per spiegarmi, darò – anticipando le conclusioni – alcuni esempi: Bulgarelli gioca un calcio in prosa: egli è un “prosatore realista”; Riva gioca un calcio in poesia: egli è un “poeta realista”. Corso gioca un calcio in poesia, ma non è un poeta realista: è un poeta un po’ maudit, stravagante. Rivera gioca un calcio in prosa: ma la sua è una prosa poetica, da “elzeviro”. Anche Mazzola è un elzevirista, che potrebbe scrivere sul Corriere della Sera: ma è più poeta di Rivera; ogni tanto egli interrompe la prosa, e inventa due versi folgoranti. Ci sono nel calcio dei momenti che sono esclusivamente poetici: si tratta dei momenti del goal. Ogni goal è un’invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, irreversibilità. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell’anno. Anche il dribbling è di per sé poetico».

La passione per il Bologna

Stralci di dissertazioni di chi oltre ad intendersi in qualità di critico fu praticante di talento. L’articolo apparve sulle pagine del quotidiano “Il giorno”, il 3 gennaio 1971. Tra le foto più belle del poeta una lo ritrae su marciapiede, vicino a erba e terra. C’è il sole, il poeta indossa abito scuro e scarpe di cuoio, cravatta e il pullover sotto la giacca e con l’interno del piede destro controlla un pallone, la gamba e il busto disegnano una sola linea inclinata, tutto il peso sull’altra gamba ben piantata a terra. I pugni stretti e le braccia larghe, tese come un airone che cerca vento ed equilibrio, lo sguardo fisso a terra sul suo gesto tecnico traboccante libertà e gioia. Pasolini si prende libertà di sporcarsi e di sudare e di “rovinare” l’abito e le scarpe. Nel 1950 era sceso a Roma dal Friuli, aveva passione per il Bologna (città dei suoi natali) e ragazzo aveva voluto tingere le pareti della sua stanza di blu e rosso, colori sociali del Bologna, nella casa di Casarsa. Amava il tifo sincero, innamorato anche del Grande Torino che pianse dopo Superga senza retorica.

Pasolini e Bertolucci: la partita tra le troupe di "Salò" e "Novecento"

Intellettuale eretico schierato contro l’omologazione e il consumismo e la disumanizzazione dell’età post industriale, di lui vogliamo ricordare una partita legata ad altra sua passione il cinema; con la memoria rivolta a capolavori come “Accattone” e “Mamma Roma”, “Uccellacci e uccellini”. Pasolini aveva avuto assistente alla regia il giovane Bernardo Bertolucci, proprio nello stabile di via Carini, aveva conosciuto il padre di lui Attilio, poeta anch’esso. A Bernardo, Pasolini aveva persino dedicato una lirica molto intensa e sodalizio e amicizia tra i due parevano destinate a durare, quando la fama, i guadagni e le qualità indubbie del giovane Bertolucci reduce da “Ultimo tango a Parigi “ con una star mondiale come Marlon Brando è poi Novecento I e II li avevano divisi. Pasolini aveva impressione di una certa supponenza di Bernardo, per questo la sfida si tradusse - per due uomini nel vigore degli anni, l’uno sui cinquanta e l’altro che compiva trentaquattro anni quel giorno festeggiando proprio sul rettangolo verde - una tauromachia leggendaria. La partita fu infatti durissima, una specie di mattanza. “Novecento” contro “Salò”, i titoli dei reportage e gli articoli sui quotidiani: le due troupe l’una contro l’altra, un kolossal contro una pellicola “scandalosa” che era passata per le mani di Pupi Avati poi di Sergio Citti e infine di Pasolini. Ancora la statura internazionale di Pasolini sovrastava il giovane Bertolucci, ma le grandi produzioni cinematografiche puntavano agli incassi con cast prestigiosi dell’allievo. Tutto questo e molto altro si tradussero in tackle durissimi, calci a palla lontana e a far crescere tensione, a dire della troupe sconfitta, il reclutamento, surrettizio di alcuni calciatori tesserati con il Parma da parte di Bertolucci. A confermare imbarazzo su quell’incontro di molti calci e poco calcio, furono i silenzi di vincitori e sconfitti. Si trattò di una “vergogna” da seppellire. Fini 5-2 per “Novecento”, ma molti anni dopo sornione Bernardo disse che Pasolini e i suoi persero 19-13. Al di là della esagerata ricostruzione di Bertolucci, va detto come Pasolini si batté con la consueta generosità e fu bersaglio di tre o quattro entrate “assassine”, l’ultima lo fece uscire dal campo. Tra i protagonisti, anche un giovane Ancelotti, che realizzò anche un gol.

Pasolini, Bertolucci e il calcio

Vi fu un “terzo tempo” ma pochi vi parteciparono sentitamente. Negli spogliatoi invece certo è che si trascese. Pasolini non la smetteva di manifestare il suo disprezzo per “Ultimo tango a Parigi”, continuando a ripetere di Bertolucci: «Quello non legge, non legge più niente». Avrebbe dovuto essere una festa, il trentaquattresimo compleanno di Bertolucci. Il merito di avere introdotto su questo terreno un autentico elemento di svolta va riconosciuto all’eccellente documentario, o docufilm, “Centoventi” contro “Novecento”. Pasolini, Bertolucci e il calcio, scritto da Alessandro Di Nuzzo e diretto da Alessandro Scillitani, che nello spazio di 53’39” assembla frammenti di una ripresa in super8 effettuata, e conservata, da Clare Peploe, compagna di Bernardo Bertolucci (alcuni fotogrammi erano già in un film del 2001, Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno di Laura Betti e Paolo Costella). Interviste recenti a testimoni diretti (il montatore Ugo De Rossi, collaboratore di Tonino Delli Colli, il microfonista – e portiere – Decio Trani, fedeli entrambi alle rispettive compagini, indicano l’iniziale vantaggio (addirittura per 2-0) dell’équipe di Pasolini, riequilibrato e poi rovesciato dagli avversarî anche grazie a due calci di rigore. Per farsi mito i fatti della vita più che ricordati vanno sognati e quella fu partita desiderata, odiata, certamente sognata. Decio Trani capitano di Novecento disse: «Al 5’ Pasolini sembrava quello che oggi diremo Maradona, non lo fermava nessuno, prendemmo gol ed io per evitare “imbarcata” dissi al Barone, uno dei nostri macchinisti: “A Barò… vagli vicino, cerca di bloccarlo ma dopo poco fu il due a zero. Al che gli chiesi di fermarlo e infatti il Barone manca poco che l’ammazza, Pasolini dovette uscire dal campo e cominciammo la rimonta». Vidi Bernardo al funerale di Scola qualche anno fa e nel baciare le mani al grande regista del capolavoro “L’ultimo imperatore” gli chiesi di quella giornata e lui con un sorriso, infermo sulla sedia a rotella, mi guardò, sorrise e disse semplicemente: «Lascia fare… Paolo era innamorato di calcio, era in campo come nella vita… Amava la vita, Paolo».

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