
Ottenere Euro 2032 è l’ultimo treno per il nostro calcio
Mercoledì, mentre gli occhi del pianeta saranno rivolti ai preparativi del Mondiale al via domenica, per l’Italia del calcio - esclusa dal Qatar - sarà un giorno importante. Non si tratta delle amichevoli della Nazionale di Mancini, dove l’assenza di alternative mature apre spazio ai giovani, bensì della presentazione all’Uefa del preliminary Bid dossier per Euro 2032.
L’intenzione italiana è infatti quella di andare avanti nella candidatura, vent’anni dopo la clamorosa sconfitta contro Polonia e Ucraina, cui fece seguito quella prevedibile del 2016 contro la Francia di Platini, allora presidente Uefa. Pochi giorni fa, il ministro dello Sport e dei giovani, Andrea Abodi, uno che il mondo del calcio lo conosce perfettamente, ha sottoscritto la lettera all’Uefa di sostegno per la candidatura della Federcalcio all’organizzazione dell’Europeo 2032. A marzo dovrà arrivare il dossier completo, con il definitivo impegno del premier Meloni nel sostenere l’Italia in Europa. Il prossimo settembre – nella riunione dell’Esecutivo Uefa – giungerà l’attesa la decisione finale del massimo organo europeo, che si troverà davanti le ipotesi Italia e Turchia.
Un tempo, nemmeno lontano, la sfida tra questi due Paesi non si sarebbe nemmeno posta nel settore del calcio. Al contrario, oggi è addirittura avvantaggiata la Turchia di Erdogan, la quale vanta stadi più moderni e migliori dei nostri. Il tema degli impianti è il punto cruciale, il centro del discorso sulla candidatura agli Europei, sia per il peso negativo che rappresenta nella nostra reputazione, sia per l’occasione di sviluppo futuro. Nella storia del movimento, sono sempre stati i grandi eventi a sospingere la rivoluzione degli stadi. La prima fu per i Mondiali in casa del 1934. Molti impianti di allora, la nota verità, sono ancora gli stessi: e Bologna e Firenze lo confermano. Furono i Giochi a Roma, nel 1960, a portare in dote al Paese l’Olimpico. Per chiudere il tutto con Italia 90, quando furono restaurati (malissimo) i vecchi impianti e costruiti (ancora peggio) i nuovi, da Torino a Bari. Dato comune, un rigonfiamento assurdo dei costi e soprattutto una concezione di stadio-catino, cioè grande e capiente, con pista di atletica, in contraddizione con il calcio televisivo che avrebbe presto ridotto gli spettatori e aumentato il comfort. Il Mondiale italiano fu il confine fra il prima e il dopo, e si scelse purtroppo il prima.
I nostri stadi sono vecchi, decadenti, pericolosi, osceni. I diritti televisivi non cresceranno mai senza un miglioramento della cornice, per questo il tema Euro 2032 arriva dritto ai club e al parlamentino della Lega calcio di Milano. Nessuno è assolto o estraneo rispetto alla materia. Si deve sperare che i numerosi, nuovi progetti in cantiere (Milano, Roma e altri) trovino l’autostrada del grande evento, il solo che nello Stivale permetta alla straordinarietà di superare gli ostacoli burocratici. Lo provano le Olimpiadi di Torino e l’Expo milanese. Euro 2032 rischia di essere l’ultimo treno per un calcio italiano che non è riuscito, con poche eccezioni, a rimettere a posto le proprie case. Non è possibile competere con gli altri campionati avendo gli stadi più brutti del Continente. Prima della SuperLega, si offrano bagni decenti. Vigilando, come ovvio, sui costi e sulla trasparenza del tutto.
Non esiste candidatura che vinca senza l’appoggio di tutti, a cominciare dalla componente politica. Nell’Italia dei prossimi dieci anni, impianti nuovi, moderni e funzionali possono costituire una voce di crescita per le entrate, per il recupero di molte aree metropolitane, per il lavoro di molti giovani. Mercoledì sarà solamente un passo formale, dopo quello molto prezioso di Abodi. Il nostro piccolo Mondiale, per colpa dei due rigori falliti con la Svizzera, oggi si gioca su questo tavolo.
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