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"Torino, fame di basket"

Il presidente della Lega Serie A: "L’esperienza all’estero mi ha insegnato  che bisogna superare i campanilismi e far crescere il sistema insieme"

Daniele Galosso Daniele Galosso

Pubblicato il 18.02.2026, 13:30

7 min

Presidente Maurizio Gherardini, siamo alla vigilia della quarta edizione di fila delle Final Eight di Coppa Italia a Torino: perché proprio la città della Mole? "Negli anni sono stati riscontrati tanti elementi positivi, a partire dal supporto delle istituzioni e dal coinvolgimento del territorio. Si avverte la fame di basket della piazza, come confermano gli oltre 35.000 biglietti venduti anche quest’anno: il Piemonte risponde sempre e soprattutto rispondono i giovani".

Otto realtà coinvolte in un singolo appuntamento: si tratta, per certi versi, dell’evento dell’anno per voi? "Certo. Sarà una vera e propria festa del basket, con le migliori formazioni del campionato e una formula sempre imprevedibile, come racconta anche il recente albo d’oro. E poi l’agenda degli appuntamenti a margine sarà davvero piena: dagli incontri con gli sponsor ai workshop, il messaggio è che la Lega Serie A sta crescendo".

Coinvolgere le nuove generazioni resta un tema centrale: Torino che ruolo può giocare? "Importante, innanzitutto perché si terrà contestualmente la fase finale della Next Gen Cup, per altro ad ingresso gratuito. E poi abbiamo ripetuto l’esperimento della Carta Giovane, proprio per agevolare la partecipazione all’evento di quella strategica fascia d’età".

L’esperienza ventennale all’estero che suggerimenti le ha portato, una volta tornato operativo all’interno del movimento italiano? "Il principale è che bisogna riuscire a guardare il quadro generale, e non solo il proprio orto. A partire dal tema della sostenibilità: occorre un movimento sano, che stia in piedi con le proprie gambe. Penso alla Germania: non è certo la Lega più ricca d’Europa, ma sono campioni continentali e mondiali in carica, zeppi di giocatori in Nba, e tutto senza che i loro club producano perdite. Per questo è fondamentale lavorare in direzione di un aumento delle risorse: con iniziative, con creatività. Ma non solo...".

Prego. "Servono soprattutto arene moderne. Tortona è già arrivata, Venezia, Cantù e Bologna sono in costruzione, il progetto per la copertura del Foro Italico a Roma è stato presentato, altrove si valutano ampliamenti: la congiuntura, per fortuna, è favorevole, perché entro un paio d’anni dovrebbero evolvere gli impianti del 50% delle società di Serie A. Ma occorre insistere. Le possibilità di generare introiti passano da lì e dallo sfruttamento dei palasport lungo tutta la settimana, magari anche con spettacoli e concerti, perché un’arena non può vivere di solo sport. Bisogna strutturarsi per farle funzionare sette giorni su sette".

Anche perché, come da recente report, i numeri sugli spalti in Serie A sono in aumento... "La sensazione, in questo senso, è quella di un movimento con margini di crescita. A livello di spettatori, a livello di interazioni social. Abbiamo sempre più contatti che, però, vanno 'monetizzati' per assicurare maggiori risorse alle casse dei club. Anche perché, se ogni anno viene speso tutto per allestire il roster, non restano margini per investimenti strutturali. Che invece sono indispensabili per allargare le aree di sviluppo di ogni società".

A proposito, lei è reduce dall’esperienza al Fenerbahce: quello della polisportiva è un modello importabile in Italia? "Sarebbe interessante, ma la storia ha dimostrato che è auspicabile il rispetto della tradizione. Proprio per un discorso di risorse a disposizione: se non si dispone di un ecosistema che ti garantisca un ritorno di investimento, si fatica poi ad avere margini per strutturare una polisportiva".

Capitolo Nba Europe: opportunità o pericolo? "La possibilità di avere addirittura due realtà proiettate in una nuova dimensione come Nba Europe, per una Lega domestica come la nostra, rappresenta una prospettiva stimolante per lo sviluppo interno, di riflesso. La grande speranza è che questa introduzione, su cui c’è ancora molta incertezza, possa essere ragionata insieme a tutte le parti coinvolte in Europa, al fine di disegnare un quadro generale più stabile possibile".

Sente l’esigenza di una razionalizzazione dei calendari? "Sarebbe auspicabile, soprattutto di fronte a un’eventuale rivoluzione. La nostra attuale fotografia, in fin dei conti, è simile a quella del calcio, perché abbiamo un programma televisivo dove siamo in onda per 3-4 giorni alla settimana, con il resto delle giornate riservate alle competizioni europee".

In tema, si può abbozzare un primo bilancio di LbaTv? "Alla luce dei tempi strettissimi con cui l’abbiamo lanciata, il risultato attuale è davvero notevole. Il feedback dei tifosi è positivo anche riguardo la qualità del prodotto. Ora avremo il tempo per posizionare meglio il prodotto sul mercato e per studiare nuove campagne promozionali, al contempo implementando l’offerta: la volontà è quella di arrivare ad avere un canale che trasmetta basket tutti i giorni. E devo dire che non ci è dispiaciuto essere la prima Lega in Europa a effettuare questo tipo di esperimento".

Sta pensando a nuovi ambiti in cui recitare il ruolo di precursore? "Ce ne sarebbero numerosi. La priorità ora è quella di riuscire a migliorare la fotografia della sostenibilità della nostra Lega, ma questo si può ottenere solamente se tutte le parti in causa sono convinte del ragionamento. La Lega, in fondo, è una società di servizi deputata a gestire una competizione: l’importante ora è che i club capiscano che sono proprietari di un asset che va migliorato. Un discorso che vale per LbaTv e per lo sviluppo digital, così come per le strutture interne di ogni società: è necessario crescere insieme".

Detto delle prospettive di Nba Europe, nel frattempo si è aperta un’autostrada verso l’Ncaa per i giovani europei: come si pone la Lega di fronte a questo scenario? "Si tratta sicuramente di un’opportunità importante per il singolo, tanto a livello accademico quanto in termini di guadagno. Occorre adeguarsi a questo fenomeno, mutando il modo di vedere il percorso di crescita di un giovane e osservando la traiettoria della sua carriera, perché non tutti i talenti che stanno andando in America si potranno affermare al massimo livello. Bisognerà individuare il momento migliore per riportarli dentro l’ecosistema italiano, offrendo loro una Lega di qualità che possa risultare appetibile. Ma torniamo al discorso iniziale: se non cambiamo la qualità del rischio e non diminuiamo pressione intorno al risultato da raggiungere, le società difficilmente rappresenteranno un’alternativa solida per i giovani".

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