
Pianigiani: "Banchi ct? La scelta ideale per l'Italia"
Il grande tecnico su Nazionale e molto altro: "Ha l’esperienza del coach di grande livello e si sposa col roster di atleti moderni e fisici"
Riduttivo definirla un'autobiografia. Parliamo di “Essere coach”, scritto da Simone Pianigiani ed edito da Roi Edizioni con prefazione di Marcello Lippi. Ex coach tra le altre di Siena e Milano, Pianigiani è commentatore televisivo e da tempo tiene corsi, conferenze e speech per aziende e multinazionali sui temi del team building. «L'idea era di mettere qualche aneddoto della mia carriera tra quelli a cui dare una valenza più ampia rispetto all'ambito sportivo. Quando ho iniziato a parlare nelle aziende mi pareva un mondo distante, in realtà ho scoperto come lo sport possa insegnare a gestire un gruppo: mettere insieme delle persone, far uscire il loro talento, farle esprimere al meglio, essere un facilitatore per arrivare a dei risultati». Nel libro lei descrive spesso le gestioni post sconfitte. «Ho imparato presto che le soluzioni si trovano meglio se c'è del lavoro solido alle spalle. Credo che quando le cose non vadano per il verso giusto sia importante riportare l'attenzione su ciò che si sa fare e si è costruito, sulle cose utili per ritrovare la fiducia per far capire che non è tutto da buttare».
Pianigiani: "Bisogna comprendere i bisogni dei singoli"
Qual è la difficoltà maggiore che accomuna il lavoro del coach a quello del manager d'azienda? «Soprattutto oggi che viviamo in una società estremamente individualista bisogna saper comprendere i bisogni dei singoli. Si deve far capire il vantaggio personale che si ha nell'accettare un ruolo, nell'essere parte di un gruppo di lavoro. In qualsiasi professione si può avere tutto il sapere tecnico, ma perché una persona si senta libera di esprimere e possa dare il meglio ci vuole la giusta motivazione, la giusta tensione all'eccellenza senza che si crei un clima tossico». Affrontando la sua carriera c'è un episodio che le ha dato particolare soddisfazione ripercorrere? «Sicuramente i momenti in cui siamo riusciti a ribaltare situazioni negative e che poi hanno portato a grandi successi, penso al primo scudetto con Siena o all'anno con l'Hapoel. Però ciò che mi rende particolarmente orgoglioso è soprattutto il giudizio positivo di coloro con cui ho lavorato, il fatto che ci sia stata una legacy con i collaboratori, con i giocatori, con le proprietà. Al di là dei risultati, che sono ovviamente il senso di fare sport, conta molto per me che il metodo di lavoro sia stato apprezzato soprattutto da chi mi ha scelto».
"La scelta di Banchi? Ineccepibile"
Un capitolo è dedicato anche alla sua esperienza da ct della Nazionale. «Dopo i grandi risultati di Recalcati c'era stata la mancata qualificazione all'Europeo 2009. Bisognava ricostruire puntando non solo sui giocatori ma sull'organizzazione in generale. Siamo tornati stabilmente nelle prime 8 d'Europa e nel 2015 siamo andati ad un tiro dal giocarci una semifinale senza essere mai al completo. Rimane certamente il rimpianto di non aver conquistato una medaglia ma anche in questo caso guardo con soddisfazione al percorso di crescita sia mio che del gruppo». È stato in azzurro e ha avuto ad inizio carriera Luca Banchi come assistente: inevitabile dunque chiederle cosa ne pensa della fresca nomina a ct dell'ItalBasket? «Direi una scelta ineccepibile per mille motivi, in primis perché le sue caratteristiche si sposano bene con il potenziale roster fatto di giocatori moderni e atletici e con una nuova generazione che scalpita. Ha l’esperienza del coach di alto livello ma anche quell’amore per il lavoro in palestra che si porta dietro dalle giovanili. Partendo dalla base di entusiasmo che si è vista con la gestione Pozzecco, credo proprio che ci siano le circostanze giuste per una figura come quella di Luca».
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