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Ricci: "Raccontarsi aiuta  e mi ha reso migliore"

"Per 'Volevo essere Robin' ho recuperato ricordi nascosti, mi ha fatto bene. Super impegnato? Mi annoio e ho bisogno di fare più attività"

Piero Guerrini Piero Guerrini

Pubblicato il 18.03.2025, 13:00

6 min

TORINO - Una partita chiave, a Parigi. Un appuntamento per i lettori, non solo appassionati di basket, in libreria. Pippo Ricci vive una giornata speciale. Milano affronta il Paris Basketball sulla strada che può riportare l’Olimpia ai playoff ed esce “Volevo essere Robin, il mio viaggio fino a qui” (DeAgostini, 239 pagine, euro 17,90), la sua autobiografia che è un’emozione per lo spirito. Del resto Pippo vive di giornate colme: il basket, la laurea in Matematica, l’organizzazione di volontariato Amoni education ODV per portare un’istruzione di qualità in Tanzania. Pippo, com’è nata l’idea di un’autobiografia? È in piena attività, qual è l’urgenza?“Sono stato contattato da DeAgostini un anno fa. Mi ha appassionato l’idea di raccontare quello che non si vede in campo. Mi ha impressionato rivivere certi aspetti della mia vita che avevo messo da parte. Capita a tutti: rifare il percorso, i problemi vissuti, per esempio con il peso (a 13 anni ero 121 chili), sentirsi fuori posto, le scelte, la voglia di arrivare. Ovvio, è un lungo viaggio, che ha contemplato alti e bassi, come la nostra stagione a Milano. Ma fino a questo punto. L’ho scritto nel mio ultimo tatuaggio “Enjoy the journey”, perché è quello che conta. Non mi sento arrivato, voglio fare ogni anno qualcosa di bello”.

"Ecco perché Robin"

Il titolo incuriosisce. Davvero Robin e non Batman?

“Volevo suscitare curiosità, mi allettava l’idea dell’eroe che fa un percorso diverso, anche contro la diffidenza, un po’ è la mia storia. Eppoi c’è la foto nella terza di copertina a ricordare com’ero io con mio fratello Pier. Siamo legatissimi. Volevo raccontare che col massimo impegno, la fatica, il sacrificio, si può raggiungere ciò che si vuole per davvero, senza fretta, senza mettersi pressione, ma senza mollare. Perché nello sport nessuno arriva per caso”.

Non mettersi pressione è approccio in controtendenza con lo sport di vertice.

“In realtà la pressione c’è, ma io intendo nei confronti di se stessi. La pazienza e la perseveranza contano. Anche per la laurea in matematica”.

Come ha fatto un libro in un paio di mesi? Lei ha già mille impegni.

“Io sono uno che si annoia, se non faccio qualcosa sento di sprecare il mio tempo. E ho bisogno di distrarmi dall’attività principale. Nel periodo della tesi la mattina studiavo tanto e al pomeriggio mi allenavo meglio. Lo stesso mi succede quando ho una riunione per la nostra organizzazione in Tanzania”.

Perché l’autobiografia? Un campione ha tanti strumenti per comunicare.

“I social raccontano l’esterno, ciò che si vede, sono immagini, non approfondiscono, spesso mostrano ciò che è bello. Aprirsi non è facile. E non è stato facile scrivendo. Mi sono emozionato di nuovo, ricordando le cose che magari avevo nascosto”.

"La mia stagione migliore all'Armani"

Insomma, anche una seduta di auto psicanalisi.

“Mi ha aiutato, le dico; quest’anno sta andando meglio dell’anno scorso. Anzi è la mia stagione migliore all’Armani”.

Ecco, perché?

“Conta un po’ com’è stata costruita la squadra: l’anno scorso eravamo in tanti. E tanti nel mio ruolo, quest’anno m sento meglio, il ruolo di co-capitano è uno stimolo”.

A chi ha detto dell’autobiografia ? E come hanno reagito?

“Innanzitutto alla famiglia, che è protagonista assoluta della mia storia. Alla squadra l’ho detto dopo averlo tenuto un po’ nascosto, cominciando dai più intimi. Tutti contenti e curiosi, gli stranieri mi hanno chiesto di tradurlo in inglese. Dovrò trovare un modo. Comunque l’ho fatto leggere in anteprima a mio fratello. A me è piaciuto, ha ritmo, credo coinvolga. E mi è piaciuto molto raccontare dell’Africa”.

Parentesi di basket: lei ha parlato di alti e bassi. In realtà questa stagione finora è la migliore delle ultime Armani.

“Sì, ma gli alti e bassi li abbiamo vissuti. Ci accendiamo come è successo tre volte a Belgrado, altre ci spegniamo. Ne siamo consapevoli. Ora è il momento di tirare le fila, dobbiamo far vedere dove vogliamo arrivare e stare. Questa partita a Parigi è fondamentale. Possiamo prendere in mano la nostra stagione”.

"Da piccolo ho perso qualcuno di importante"

Nello sport e nel raccontarsi c’è l’ego. Eppure lei ha scelto uno sport di squadra. Come si trova l’equilibrio?

“Io non sarei mai riuscito a praticare uno sport individuale. Condividere, trasmettere e ricevere energia dalle persone che hai a fianco è fondamentale. Non so come faccia Sinner, come facciano i tennisti a uscire dalle difficoltà da soli. A me piace poter fare affidamento e che gli altri possano fare altrettanto con me. Dare è fondamentale. Sono qui per un bene superiore, condividere qualcosa arricchisce”.

È un pensiero religioso. Lei è credente? Un po’ ne parla.

 "La mia visione religiosa è legata al doversi aiutare, perdonare, condividere. Essere presenti. Credo al di là delle immagini che ne abbiamo dato, cioè al messaggio, come mi ha trasmesso la famiglia”.

Nelle pagine c’è anche la morte.

“Ho vissuto un lutto importante da piccolo. E la perdita di un amico cui ho dedicato il libro mi ha cambiato la vita, la visione. Di solito non se ne parla, come se fosse un tabù. Non deve esserlo, allora ho deciso di parlarne liberamente”.

Come va dopo questo bilancio?

“È un bilancio parziale, un punto e a capo. Ho sacrificato tanto, ho imparato a dare tutto, oltre quello che pensavo di poter dare. Se penso a quanto il basket mi ha tolto e però mi ha dato e mi sta dando, sono felice”.

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