Bristot esclusivo: "Brignone, spirito Samurai"
Federico Bristot, 45 anni per la carta d’identità, 10 in meno quando incroci il suo sguardo, chiaro e calmo, è colui che ha gestito il recupero straordinario di Federica Brignone. Quello che ha portato al doppio oro di Milano Cortina (superG e gigante) grazie ai 10 mesi di recupero della fuoriclasse: dall’ospedale di Milano a inizio aprile a metà febbraio quando è salita sull’Olimpo. In mezzo il lavoro a Torino, al JMedical, struttura scelta da Federica di concerto con la Fisi, dove Bristrot coordina la fisioterapia della struttura poliambulatoriale.
Buongiorno. Come li ha vissuti questi 10 mesi a tu per tu con Federica? «Io e Federica ci conosciamo da più di 10 anni, dal 2015, quando mi venne chiesto di prendere in carico le ragazze delle discipline tecniche e da lì sono stati 5 anni di lavoro insieme a lei, Goggia, Bassino etc. Poi ci vedevamo ogni estate nei check estivi pre season. Dopo l’incidente la prima volta che l’ho vista è stato il giorno seguente alla sua operazione, a Milano, nella stanza di ospedale. E quasi subito le dissi, davanti ai suoi familiari, “Fede, devi farti aiutare”. Conosco molto bene la sua autoesigenza e indipendenza: non poteva poggiare la gamba e muoversi, ma me la immaginavo già che avrebbe provato a fare ciò che non avrebbe dovuto. Quindi dopo un paio di giorni sono stato a casa sua a La Salle e poi ha iniziato a venire qui al J Medical. Ricordo come se fosse adesso la sua prima domanda: “A inizio settembre sarò in Argentina a Ushuaia per il raduno sulla neve?” Io risposi: “Iniziamo a fare i primi passi e poi vediamo”. Eravamo ad aprile. Lei ha aveva una frattura complessa del perone, con sfondamento del piatto tibiale con interessamento legamentoso. In una situazione così critica è stata decisiva la tempestività dell’intervento chirurgico, fondamentale per indirizzare al meglio il tutto. É stata operata subito, a circa 8 ore dall’incidente, è questo ha permesso una ricostruzione immediata dell’articolazione senza incorrere in altre complicanze».
La forza dei Samurai
Qual è stato il programma di lavoro? «A una settimana circa dall’intervento è iniziato qui il percorso quotidiano con sedute che sono partite con 4 ore per arrivare a 7. Ripeto, ogni giorno. All’inizio non si deve lavorare troppo, perché è importante la gestione della mobilità e dell’infiammazione. Nel primo mesetto tanto lavoro sul lettino con terapia manuale, prevenzioni della rigidità, contrazione della muscolatura in letargo, mantenimento della parte alta (spalla e addome). Poi, dopo i tre mesi, quando si è potuto iniziare a caricare, prima in piscina e poi a terra, è iniziato il percorso strong con sette ore al giorno senza mai forzare. Non è stata una indigestione di lavoro, perché è importante anche il riposo. L’atleta tende a voler fare troppo, ma poi si va incontro al problema del recupero dei carichi. La vera forza di Federica è che non si è mai messa il pigiama della malata. Andava agli eventi collaterali, tennis, Formula 1, in cui ha mantenuto la vita sociale. Questa attitudine è stata vincente: nei recuperi ci deve essere una dimensione non solo di difesa, si va in protezione. Ma lei a questo aspetto ha abbinato anche quella dell’attacco e così non si è fatta schiacciare». Quando l’accelerata del recupero? «La rincorsa vera e propria è iniziata a fine luglio, dopo che è tornata in sala opertatoria per uno sblocco di rigidità del ginocchio a causa di aderenze che sono frequenti in questi casi. Mancavamo ancora alcuni gradi e li abbiamo ottenuti con questo piccolo intervento. Che ce l’avrebbe fatta io ci ho creduto sin dal primo giorno. Ma con un distinguo: io non pensavo alle Olimpiadi come traguardo principale. Quello principale era tornare sugli sci come prima. Quello era il vero focus. Ti libera dalla pressione della scadenza. Anche Federica l’ha vissuta così. Non abbiamo vissuto la partecipazione alle Olimpiadi come una ossessione. Il vero grande traguardo c’era ogni giorno ed era fare il programma prestabilito. Sembra una sottigliezza, ma è una differenza di prospettiva fondamentale, che ti fa arrivare in fondo con meno peso e difficoltà. Ogni giorno c’era una medaglia da vincere: prima la qualità della vita, camminare, correre, saltare, tornare sugli sci, sciare. Lei quando ha vinto ha detto: “Io sono partita dal cancelletto senza aspettarmi nulla”. E’ la forza dei Samurai: dare il massimo per il presente. Con la progressione degli esercizi in palestra, poi, ho capito che i Giochi sarebbero stati alla portata. Eravamo a settembre e a novembre ecco la certezza, anche se noi abbiamo frenato il ritorno sulla neve per cosolidaree la stabilità del ginocchio».
"Federica è unica"
Cosa ha provato quando l’ha vista vincere l’oro? «Quando l’ho vista partire al cancelletto di partenza ho provato una emozione enorme. Lei aveva fatto tutto quello che avevamo chiesto, ci aveva dato fiducia. Ho visto la gara qui al J Medical insieme allo staff che con me ha lavorato al suo recupero. Il secondo oro invece l’ho visto a casa con la famiglia. Anche le avversarie che poi si sono inchinate davanti a lei, che aveva appena vinto, hanno di fatto certificato la consacrazione dell’ispirazione che Federiuca ha regalato a tutti con la sua storia di recupero». Tra le varie forze incredibili di Federica quali ai primi posti? «Essere rimasta se stessa in 10 mes,i ma ha utilizzato strategie che si porta dietro da una vita. E’ arrivata a questa prova con una maturità umana fuori dal comune. Non è solo essere disciplinati e ambiziosi. A volte chiedeva “Ancora due ore, dai”. Dopo un’esperienza del genere abbiamo riferimenti nuovi, grazie a un’atleta straordinaria. Una sciatrice normale avrebbe impiegato due anni. Se ci ha messo solo 10 mesi è merito di Federica, che è unica. Si è reso possibile ciò che era impossibile, superando anche le normali paure, ma il suo amore per questo sport è stato di grande aiuto. Ma lei quando ha rimesso gli sci ha detto “Come se non avessi mai smesso di sciare”. Questo risultato è una carica per far tornare gli atleti più forti di prima». Ora Federica si è presa una pausa visto che la stagione è agli sgoccioli. «Ha fatto bene, deve sempre scegliere l’atleta ascoltando il proprio corpo».
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