
Shiffrin: "Vinco per entrare nei cuori"
"Il mio vero record? Non sentire dire che una donna ha battuto un uomo. Ogni mattina mi sveglio e penso allo sci, la passione è più forte che mai"
TORINO - Sabato nello slalom di Are ha battuto dopo 34 anni il record dei record dello sci, le 86 vittorie di Ingemar Stenmark. Un'impresa che ha la portata dei cinque centimetri che Mike Powell ai Mondiali di Tokyo 1991 aggiunse al mitico 9.90 nel salto in lungo di Bob Beamon alle Olimpiadi di Messico '68. Più che un primato, un’immagine. L’impresa invece mancata da Serena Williams, che nel tennis s'è fermata a 23 Slam, uno in meno di Margaret Court. Ma quando a Mikaela Shiffrin, "sciatore" (senza sesso, come lei sottolinea, nelle parole e ancora più nei fatti) dei primati (35% di vittorie e quasi 60% di podi nelle gare disputate, 5 Coppe generali e 10 di specialità, 9 ori e 17 medaglie tra Olimpiadi e Mondiali), chiedi se si senta the G.O.A.T., the Greatest Of All Time, insomma la più grande di sempre, si mette a ridere. Sonoramente.
Mikaela, scusi, ma non si sente la più forte?
«Scusate, ma ogni volta che sento quella la parola l'unica cosa che mi viene in mente è l'immagine di una capretta (in inglese goat, ndr), anzi quella di un video divertente che ho visto sul telefonino di una capretta che sviene... Mi è rimasto così impresso che ogni volta che qualcuno parla o mi chiede se mi sento la G.O.A.T. dello sci mi viene da ridere».
Però i numeri dicono che lei sia... la capra dello sci.
«Non la vedo così. Dopo tutti questi anni di gare mi sono resa conto che, indipendentemente da ciò che realizzi, la gente fa il tifo per chi vuole che vinca. Non è questione di numeri o di nomi, ma di cuore. Potrei non essere io, né Ingemar o Lindsey (Vonn, ndr) o Marcel (Hirscher) o Bode (Miller), o chiunque altro. È una questione personale, di ognuno di noi. La gente sceglie chi amare e da chi farsi ispirare. È questo che rende così bello lo sport».
Ma 87 fa impressione...
«Qualcosa che non riesci a spiegare a parole. Però non riesco neppure a definire i numeri, neppure questo. Sono orgogliosa, certo, ma dentro di me non rimangono i numeri, semmai la sensazione che ho provato nella seconda manche di sabato, quando ero così veloce e fluida come raramente sono stata. Un momento magico. E credo ch enon sia un caso che sia successo ad Are».
Ovvero?
«In questi giorni quasi tutti hanno scritto che ho superato Stenmark nella sua Svezia, ma per me Are ha un significato più profondo. Lì ho vinto la mia prima gara in Coppa nel 2012, lì ho avuto il mio primo infortunio nel 2015, lì ho conquistato tre medaglie ai Mondiali del 2019, lì dovevo tornare a gareggiare dopo la morte di mio padre nel 2020, ma tutto saltò per il Covid...».
Si è sentita con Stenmark?
«La sera prima mi ha mandato un messaggio con una foto mentre sciava con i figli. Ha fatto bene a non venire ad Are, non sono occasioni per incontri spettacolari. Lo faremo, ma in privato».
Messaggi particolari?
«Quando ho acceso il telefono era pieno. Ho pianto per quello di Roger (Federer, ndr). Mi ha mandato un video bellissimo».
Ha già pensato a come festeggiare?
«Non ancora. Intanto ci sono queste finali di Soldeu. Mi sento stanca, ma ancora piuttosto in forma. Ho ancora qualcosa da dare e obiettivi da raggiungere. E ad aprile ci sarà il primo camp con i materiali e la mia nuova allenatrice a Kvitfjell. Non vedo l'ora di partire con questa avventura».
Karin Harjo. S'è parlato tanto della sua scelta, dell'aver realizzato uno staff di sole donne.
«L'ho voluta per la sua etica del lavoro e perché mi aprirà la mente, mi farà ragionare in un altro modo. E sì, mi entusiasma l'idea di avere un squadra femminile. Credo che possa ispirare anche le nuove generazioni di tecnici. Ma già qualcosa sta cambiando e l'ho capito sabato».
A cosa si riferisce?
«Nessuno o quasi neppur sui social ha scritto che Stenmark è stato battuto da una donna, cosa che temevo o che in passato sarebbe successa. Mi ha fatto molto piacere. E un po' lo considero anche come un mio successo. Significa che come persona ed atleta non sono identificata per il sesso, ma per le mie capacità, per i miei valori».
Aver cambiato allenatore è un modo di proiettarsi su un futuro ancora lungo?
«Sì. Sento ancora quell'aspettativa e quel nervosismo che ti attanagliano prima delle gare, come il primo giorno, quand’ero bambina. E per me questo è il segno che non mi manca la motivazione, che voglio ancora gareggiare. È lo sci che voglio fare. Ogni giorno mi sveglio e voglio sciare. Tutto questo non s'è n'è ancora andato dal mio cuore. Anzi, è più forte che mai».
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