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Curtis, luce accecante. Ceccon, il buio dentro

Sara brilla nei 50 sl con 24’’31. Thomas 3º nei 200 dorso: "Fatico a ritrovare la voglia di competere"

Giandomenico TiseoGiandomenico Tiseo

Pubblicato il 18.04.2026, 13:30

4 min

C’è una linea sottile che attraversa la vasca di Riccione. Non è quella nera sul fondo, ma qualcosa di più profondo: è il confine tra ciò che si è e ciò che si sta per diventare. Da una parte la luce piena, quasi abbagliante, di chi sta nascendo; dall’altra l’ombra necessaria, a tratti ingombrante, di chi ha già vinto tutto e deve ritrovare il senso. Sara Curtis e Thomas Ceccon nuotano nello stesso specchio d’acqua, ma vivono due tempi diversi della stessa storia. Curtis è l’immagine del fuoco che si accende. Diciannove anni, tre titoli italiani agli Assoluti e una sensazione di crescita continua, quasi naturale. Anche quando la perfezione tecnica non c’è — uno stacco imperfetto nei 50 stile libero — la sostanza resta: 24”31, a due centesimi dal record italiano siglato nelle batterie. È il segnale più chiaro: il talento non aspetta la perfezione, la precede. “Sono molto contenta perché sono riuscita a trasformare positivamente le emozioni contrastanti dei 100 sl. In mattinata ero euforica e non vedevo l’ora di gareggiare. Siamo tutte veloci ed abbiamo mandato un bel segnale, sono molto felice”, le sue parole. La sua è una luce che non acceca, ma indica una direzione. Anche per gli altri. Non è un caso che il direttore tecnico Cesare Butini parli apertamente di lei come di un punto di riferimento: “Sara e gli altri giovani dovranno essere leader del nostro movimento in vista dei Giochi Olimpici 2028”.

"Ho dato tutto"

Poi c’è Ceccon. E la luce, nel suo caso, è quella che resta dopo l’esplosione. Più difficile da gestire, perché non illumina il futuro: racconta il passato. Il campione olimpico dei 100 dorso è entrato in acqua con la barba e con i dubbi. Parte fortissimo nei 200 dorso, come se volesse scappare da qualcosa: 26”46 ai 50, 55”35 ai 100. Ritmi da record. Ma il finale è un’altra storia, fatta di fatica e di verità: il terzo posto in 1’57”19 non è un risultato, è uno stato d’animo. “Volevo fare una gara equilibrata, ma poi alla fine ho cambiato idea”, ammette. Dentro quelle parole c’è più di una scelta tattica: c’è la ricerca di sé stessi. Perché dopo aver vinto tutto, la sfida non è più battere gli altri. È tornare a sentire qualcosa. “Faccio fatica a ritrovare la voglia di competere. In questo momento, ho bisogno di stare a casa e tornare a divertirmi nel gareggiare”. Eppure, proprio in questa ombra, si intravede una possibilità. Ceccon lo sa: “Devo fare così perché ormai, a livello internazionale, i migliori interpretano questa prova in questo modo… Ho dato tutto quello che avevo”. Non è una resa, ma un passaggio. Un punto di mezzo tra ciò che è stato e ciò che può ancora essere. Intorno, il movimento cambia. I giovani spingono — come Del Signore e Venini (1° e 2° nei 200 dorso).

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