
Ciccone, un uomo solo in rosa
Un uomo solo al comando. Sì, del gruppo inseguitore però. E la sua maglia non è biancoceleste, né gialloverde, né rossoblù. Ma è rosa. Pochi elementi, ma quanto basta per far strabuzzare gli occhi: che ci fa il leader del Giro d’Italia a menare in testa al plotone e a prendere vento in faccia, per altro in una giornata generosa in termini di freddo, pioggia e persino grandine? Non se l’è chiesto, ieri, in realtà, Giulio Ciccone: ha continuato a picchiare sui pedali e basta. La sua Lidl-Trek è stata costruita per lanciare le volate a Milan, per supportare nella generale Gee e per assicurare a lui massima libertà, nel bene e nel male. L’abruzzese l’ha sempre saputo bene. Per questo, nel bel mezzo di una tappa infida ed esigente, per di più imbruttita da un tempo da lupi, si è messo in testa al gruppo per provare a ricucire sui fuggitivi e difendere, così, quella maglia rosa tanto inseguita e tanto coccolata la sera prima.
Il rammarico
Uno sforzo vano, va da sè, perché intorno a lui è mancata collaborazione, in assenza di compagni di squadra a disposizione. «Diciamo che non è stato il giorno migliore per indossare la mia prima maglia rosa - ha sdrammatizzato il 31enne di Chieti dopo il traguardo -. È stata una delle frazioni più dure e nervose della mia carriera, ho sofferto tanto il freddo. Purtroppo è andata così: non abbiamo una squadra per controllare la corsa in frangenti del genere. Mi sarebbe piaciuto tenere la maglia, ovviamente, ma è stato semplicemente impossibile. E devo ringraziare Gee perché, nonostante sia qui con ambizioni di classifica, mi ha aiutato molto, andando anche all’ammiraglia a prendermi la mantellina: è davvero un bravo ragazzo».
I messaggi di Sinner e Jovanotti
La giornata di “Cicco”, sua e dell’adesivo dell’idolo Pantani appiccicato sul telaio, che così bene gli ha già portato in questo Giro, in realtà, ha toccato tutte le sfumature possibili di rosa. Cinquanta, o giù di lì. Dai raggianti sorrisi alla partenza, ossimorici rispetto al cielo plumbeo sulla testa dei “girini”, agli occhi pesti e gonfi sul traguardo, in un misto di rabbia, delusione e freddo. Giulio, già maglia gialla per due giorni al Tour de France 2019, si è goduto la realizzazione del sogno inseguito una vita, o una carriera quantomeno. E anche i complimenti dei familiari, dei colleghi e degli amici. Anche illustri. Messaggi e apprezzamenti sono arrivati da Jannik Sinner, con cui condivide momenti spensierati e anche qualche sgambata intorno a Montecarlo, e da Jovanotti, durante un cui concerto, quattro anni fa, aveva chiesto la mano a sua moglie Annabruna. Poi, però, le nuvole si sono addensate: la fuga è scappata, la pioggia si è abbattuta sulla corsa. E Ciccone, in un impeto d’orgoglio, si è ritrovato a menare, da solo, al comando. Del gruppo inseguitore, però.
La sorpresa Eulalio
Così, nell’esigente Praia a Mare-Potenza di ieri, altimetria scorbutica e finale appassionante, la rosa è passata sulle giovani spalle di Afonso Eulalio. Il lusitano della Bahrain-Victorius, in un epilogo da “ciclismo saponato”, ha dovuto cedere il successo di tappa allo spagnolo Arrieta, ma ha stretto forte a sé il simbolo del primato. «Sì, il finale è stato folle - ha raccontato il portoghese -. Quando sono caduto c’è stato un momento di panico, ma il meccanico è stato velocissimo a darmi una bici di scorta. Così non ho avuto tempo di pensare troppo. Anche se, sul traguardo, non è stato uno sprint vero e proprio: io e Arrieta siamo arrivati completamente distrutti, lottando soltanto con le nostre bici. Credo sia stata una delle volate più lente di sempre. Non credevo che la maglia rosa fosse un obiettivo plausibile: mi divertivo semplicemente a correre in mountain bike... Per fortuna ho il mio “capitano” Damiano Caruso al fianco, come maestro. Non so per quanto tempo riuscirò a tenere la maglia, tra arrivi in salita e cronometro. Ma intanto me la godo».
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