
Magnier si arrampica sul Giro
Tu chiamalo, se vuoi, scalatore. Massì: Paul Magnier, francese invero dallo sguardo empatico e dal largo sorriso, ai tempi delle corse da Junior si sentiva tagliato per saltare sui pedali quando la pendenza sotto le ruote si faceva aspra. Al di là della notevole stazza, vieppiù. Beh, il ragazzone transalpino, nato e cresciuto però in Texas, alla tenera età di 22 anni ha già collezionato 27 affermazioni tra i professionisti. Tutte in volata, naturalmente: altroché grandi vette alpine e ossigeno che si fa rarefatto. L’ultima perla della collezione è diventata anche la più preziosa: vittoria bulgara, ieri, all’imbocco del Giro d’Italia numero 109. E, dunque, vittoria doppia, con la maglia rosa quale ambito premio sul traguardo: «Mi piace questo colore, non vedo l’ora di indossarlo», ha sorriso con le labbra e con gli occhi dopo aver sverniciato la concorrenza a Burgas, nei pressi del Mar Nero, dove mercoledì era andata in scena la presentazione della corsa rosa.
Maxi-caduta al traguardo
Il velocista della Soudal Quick-Step, per centrare bottino pieno, ha dovuto scaricare tutti i watt di cui è capace sui pedali. E, prima ancora, dribblare ogni insidia, anche e soprattutto grazie all’egregio lavoro svolto dai compagni di squadra Stuyven e Van Gestel. Insidie apparse all’improvviso, ai 600 metri dal traguardo, sotto forma di una maxi-caduta, non proprio ardua da pronosticare alla luce della strettoia da brividi imposta al gruppo, lanciato verso lo sprint, a un paio di chilometri dallo striscione d’arrivo. Tant’è: in undici appena hanno superato incolumi il restringimento di carreggiata, mentre i restanti 173 sono rimasti imbottigliati alle spalle della carambola innescata dagli Uno-X di Blikra e dagli Alpecin di Groves. Con l’atteso Groenewegen tra i più ammaccati e d’umore opposto a quello dell’eroe, giovane e bello, come tutti gli eroi, di giornata. «Mi sono allenato tantissimo, anche in quota, per questo momento: sono orgoglioso di essere riuscito a battere così tanti grandi velocisti, non mi era mai capitato di precedere campioni come Milan», ha raccontato, ancora un po’ stordito dalla vittoria, lo stesso Magnier, che il rosa l’aveva semmai indossato, due anni fa, al Giro Next Gen. «Ha vinto la forte motivazione di squadra, dopo aver lasciato il Giro con amarezza e senza successi nel 2025», il commento soddisfatto di Davide Bramati, direttore sportivo del Wolfpack.
L'amarezza di Milan
Il pedale francese mantiene subito aperta, così, la striscia ininterrotta di successi di tappa al Giro che dura ormai dal 2019, mentre un transalpino torna a indossare il simbolo del primato in Italia a tre anni dal sorprendente Armirail e a ventisette addirittura dalla gloria Jalabert. Il risvolto statistico della medaglia affonda nel dato che vuole ancora Alessandro Petacchi quale ultimo velocista azzurro a essersi imposto in una frazione inaugurale del Giro: Burgas per Jonathan Milan non si è rivelata ciò che Lecce era stata per “Ale-Jet” nel 2003. Nonostante le premesse e le grandi aspettative. Il treno della Lidl-Trek, infatti, è deragliato nel finale di frazione, convulso come ogni prima tappa di un grande giro, con “Jonnhy” che ha dovuto fare tanta e troppa fatica in prima persona per restare davanti, senza la scia del fido Consonni e col solo Walscheid a barcamenarsi in suo supporto. «Sì, è una delusione: non capita tutti i giorni ai velocisti di poter sognare la maglia rosa - il laconico commento del “Toro di Buja” -. Nel finale ci siamo disuniti, non so nemmeno come: è stato un vero caos. Mi sono ritrovato molto indietro e ho dovuto pedalare da solo, all’esterno, per un chilometro e mezzo, spendendo un sacco di energie. Quando ho provato a partire, ormai, era troppo tardi, ma soprattutto le mie gambe erano a pezzi per lo sforzo fatto in precedenza: gli altri intorno a me avevano una marcia in più». Quella ingranata da baby Magnier, l’ultima “big thing” delle volate che sognava di esultare in cima al Mont Ventoux.
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