
Contador: "Pellizzari, largo all'istinto"
Alberto Contador, la prima domanda guardando al Giro d’Ita che scatta oggi è d’obbligo: Vingegaard davanti e dietro tutti quanti? «Il Giro è una corsa molto particolare, in cui subentrano tanti fattori durante le ventuno tappe. Però, certo, Vingegaard rappresenta il corridore da battere. Soprattutto perché non ha mai passaggi a vuoto: anche quando Pogacar l’ha sconfitto, per esempio, è stato perché lo sloveno andava più forte, non perché lui abbia mai avuto delle brutte giornate. E poi è molto scrupoloso: sempre attento in corsa e anche nell’alimentazione. Difficile creargli grattacapi». Il danese è al Giro per vincere, ma anche sulla strada verso la sfida a Pogacar al Tour: una scelta che condivide? «Direi di sì. Certo, avesse optato per il classico ritiro prima della Grande Boucle avrebbe potuto lavorare su ogni minimo dettaglio, mentre lo sviluppo della corsa rosa presenta più incertezze. Ma al contempo, se vincesse al Giro, si presenterebbe in Francia con una grande serenità interiore». Oltre che con la Tripla Corona in tasca, come finora riuscito soltanto a sette corridori, tra cui lei... «Ma a carriera in corso non ci dai poi così tanta importanza. È solo dopo il ritiro che inizi davvero a realizzare e a sentirti orgoglioso di questo traguardo...».
"Adam ha davanti a sé una buona occasione"
A impensierirlo potrebbe essere innanzitutto l’enfant du pays Pellizzari: ritieni che il giovane italiano dovrebbe tenere una condotta aggressiva o conservativa per giocarsi al meglio le proprie carte? «Dipende tanto dall’andamento della corsa e dalla sua capacità di prendere decisioni sul momento. Ma anche mettersi sulla ruota di Vingegaard con l’obiettivo di conquistare il podio, alla sua età, sarebbe una strategia interessante». Lo scorso anno ha vinto Simon Yates, quest’anno il gemello Adam si presenta al via da capitano dell’Uae: può essere lui a mettere il bastone tra le ruote al grande favorito? «Adam ha davanti a sé una buona occasione, perché è un ottimo scalatore e sa già come si sale sul podio di un Grande Giro. Ma da lì a mettere pressione a Vingegaard ce ne passa, anche perché il danese avrà dalla sua una cronometro di oltre 40 chilometri». A tal proposito, che idea si è fatto del percorso meno “estremo” rispetto ad altre edizioni? «In realtà credo si tratti di un Giro d’Italia comunque molto duro. Ci sono sei tappe con arrivi su lunghe salite, altre due con pendenze più brevi ma costanti, alcune frazioni intermedie impegnative. E anche la partenza in Bulgaria, in definitiva, allunga la corsa. Credo che sia un percorso all’altezza delle aspettative, in cui le montagne conteranno più della cronometro, nonostante sia molto lunga».
"Il sistema di allenamento è cambiato del tutto"
Dal Giro al Tour: cosa ne pensa della decisione di Seixas di prendere parte al prossimo Tour de France? «Da spettatore non posso che esserne felice! Scopriremo fino a che punto è già in grado di competere con Pogacar e Vingegaard, ma anche come gestirà le pressioni quotidiane di una corsa di tre settimane: non un aspetto banale». Ha citato alcuni degli “alieni” del ciclismo odierno: com’è possibile che, gara dopo gara, stiano riscrivendo ogni record in fatto di medie orarie? «Lo ritengo assolutamente normale: il sistema di allenamento è cambiato del tutto, così come l’alimentazione. Prima si cercava di ricavare energia dai grassi, ora si fa il pieno di carboidrati: questo significa che non occorre più correre in modo così conservativo, perché le riserve di “carburante” non si esauriscono praticamente mai. E tutto questo va di pari passo con il costante miglioramento delle biciclette e dell’aerodinamica dell’attrezzatura.C’è un insieme di fattori che concorre a spiegare questi dati. Penso anche ai rapporti del cambio, oggi si corre con il 56-10 e ai miei tempi avevamo al limite il 53-11: già ai 60-65 km/h l’efficienza della pedalata diminuiva, mentre ora a 80 km/h si può continuare a spingere».
"Impresa alla portata di Pogacar"
Le strategie di squadra possono concorrere ad arginare lo strapotere dei big odierni? «In genere sono loro i primi ad avere intorno a sé una formazione molto solida, così da controllare in misura maggiore la corsa. Ma è pur vero che squadre come la Red Bull, attraverso la qualità e il numero di corridori competitivi a disposizione, possono mettere pressione». Nel ciclismo di oggi si può ambire a vincere i tre Grandi Giri in una sola stagione? «Sono piuttosto certo che Pogacar possa farcela: è un’impresa alla sua portata. E, anzi, penso che l’anno in cui ha vinto Giro e Tour potesse già essere l’occasione giusta, anche se poi team e entourage hanno deciso di preservarlo pensando soprattutto agli anni a venire». Tra gli elementi innovativi delle due ruote anche la crescita globale d’interesse, testimoniata dall’odierna partenza del Giro dall’esotica Bulgaria... «La partenza dei Grandi Giri da Paesi che hanno una tradizione ciclistica modesta è un fattore che permette a tante nuove generazioni di vivere appieno l’atmosfera del ciclismo. Lo abbiamo visto lo scorso anno con i Campionati del Mondo in Ruanda, lo abbiamo visto nelle annate precedenti con le partenza del Giro da Israele o dall’Ungheria. Anche così si incentivano i giovani ad avvicinarsi al ciclismo».
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