I volti inafferrabili del Diablo a pois
Esistono aspetti all’apparenza poco significativi ma che in realtà aiutano a cogliere l’essenza di un essere umano. I soprannomi, per dire. Claudio Chiappucci ne ha avuti tanti: ricordarli a memoria è quasi impossibile. Non a caso, Federico Vergari - che ha scritto con il campione di Uboldo “Claudio Chiappucci. I luoghi del Diablo” (Lab DFG, 236 pagine, 19,90 euro, prefazione di Guido Meda, contributi di Gianni Bugno, Miguel Indurain, Beppe Conti, Davide DeZan, Roberto Di Silvio) - nel prologo li elenca tutti. Perché il più celebre, quello del sottotitolo, arriva soltanto alla fine del 1992. Chiappucci è stato Biafra per la fame continua da ragazzino, Andreotti per la curva che assumeva la schiena in discesa, Monzón per il naso schiacciato come il grande pugile argentino, il Pierino del Pedale per il suo approccio irrazionale alle corse, Calimero perché piccolo e scuro, Uomo bionico e Omino di ferro per l’attenzione ai dettagli e il ritmo costante che aveva in gara, è stato banalmente Chiappa (nomignolo che faceva imbufalire Gianni Mura, il quale preferiva chiamarlo Bull), in Spagna era Indiano o Gitano o Hombre de casa, in Francia Clodiò o Sciapucsì, e ancora è stato Il Capitano, l’Artista, il Fachiro, Il burlone, L’antipatico, lo Stakanovista.
I successi di Claudio Chiappucci
Bisogna riprendere fiato, come al termine di una di quelle salite in cui Chiappucci seminava gli avversari con la sua pedalata irresistibile. Insomma, è il senso di Vergari, «io non ho la più pallida idea di quale Chiappucci mi troverò davanti», riferendosi alla prima volta in cui si reca a casa sua per assaggiare ravioli con salsa di pomodoro e peperoni preparati personalmente dal Diablo: o chi per lui. La storia di questo libro comincia così e davvero, pagina dopo pagina, ci ritroviamo a scoprire una figura che credevamo di conoscere e invece no. Perché un conto è ricordare le straordinarie imprese di Chiappucci, quei giorni in cui faceva incazzare i francesi o dimostrava al mondo che poteva vincere la Milano-Sanremo anche se gli esperti sentenziavano il contrario. E un conto è scivolare nella psiche di un campione che proprio della incasellabilità ha fatto la propria forza. Non a caso, Vergari ha scelto di raccontarlo non in maniera lineare, ma frastagliata, andando avanti e indietro nel tempo e nello spazio. Chiappucci è salito tre volte sul podio finale del Tour de France e altrettante su quelle del Giro d’Italia. È arrivato secondo in un Mondiale, ha vinto la citata Milano-Sanremo e una lunghissima serie di altre competizioni. Ed è entrato nella leggenda dominando una tappa del Tour, la Saint Gervais-Sestriere: ci è riuscito dopo una fuga di 192 chilometri, 125 dei quali in solitudine. Non a caso, sulla cover di “Claudio Chiappucci. I luoghi del Diablo” c’è proprio l’immagine di quell’arrivo. Il 18 luglio 1992 è rimasto nei ricordi delle persone e nella cultura popolare, come lo sbarco sulla luna, l’11 settembre, la vittoria di un mondiale di calcio, lo scoppio di una guerra, la morte di Senna, il rigore sbagliato da Baggio, la fumata bianca per la proclamazione di un Papa. E, scrive Chiappucci, «questa è forse la mia vittoria più grande».
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