
"Il futuro è fare show": Mazzieri esclusivo
Con la vittoria del Venezuela sugli Stati Uniti si è conclusa la sesta edizione del World Baseball Classic, il mondiale pro organizzato dalla Major League che mai come questa volta ha avuto un'eco mediatica in Italia senza precedenti. Il perché è spiegato, anche, dai successi ottenuti della nazionale azzurra allenata da Francisco Cervelli, manager italovenezuelano, scelto come guida dell'Italia nel gennaio 2025 da Marco Mazzieri, presidente della Fibs (Federazione italiana baseball & softball) con cui abbiamo fatto un bilancio del torneo. Presidente, come definiamo quanto accaduto fra il 10 marzo, giorno della storica vittoria sugli Stati Uniti, e il 16, quando la semifinale col Venezuela è stata trasmessa in diretta sulla Rai e su Sky (per un 4% di share totale)? «Direi che la parola giusta è intensa. È stata una settimana piena di emozioni».
Le parole del presidente Mazzieri
Erano anni che il baseball non aveva una cassa di risonanza del genere. «Credo che il merito sia della crescita del Classic. Nel 2006 la Mlb creò il torneo quasi per gioco, oggi è diventato un Mondiale seguito in tutto il pianeta dove, ricordiamo, il baseball è lo sport principale per tante nazioni. La bomba mediatica è esplosa nel momento in cui i migliori giocatori della Mlb hanno scelto di partecipare: siamo passati dal "vediamo cos'è" a "voglio esserci". Noi siamo cresciuti di edizione in edizione, ma questa volta abbiamo giocato alla pari con vere "All Star". Il livello è altissimo e noi siamo stati probabilmente la squadra più divertente da seguire per la gioia di giocare, lo stile che abbiamo perseguito Francisco ed io fin da quando abbiamo iniziato a lavorare insieme a questo progetto a fine 2024. Volevamo dare un'identità, sfruttando i valori italiani ed è stato gratificante vedere come i giocatori si siano calati in questo spirito».
I complimenti di Malagò
La polemica che ha accompagnato questa nazionale è stata quella di sottolineare come non fosse formata da "veri" giocatori italiani. «Le polemiche ci sono sempre, però bisogna ricordare che il Classic è un business per la Mlb e le regole le fanno loro. Detto ciò, è una polemica che non mi tocca. Dietro questi ragazzi ci sono delle storie bellissime di antenati che sono andati via dal nostro Paese per cercare una vita migliore e hanno poi raccontato a figli e nipoti cosa significava essere italiani a inizio '900, soprattutto negli Stati Uniti dove venivano trattati malissimo. I baci sulla guancia, gli abbracci o il caffè, sono gesti che hanno fatto non per folklore o cinema, ma perché lo sentivano dentro. Ho visto più attaccamento all'Italia in loro che in tanti giocatori del passato. Il colore del passaporto mi interessa poco, mi interessa quello del cuore e quanto viene messo di questo cuore sul campo». Ha ricevuto messaggi o telefonate inaspettate? «Tanti complimenti. Malagò mi ha chiamato la notte dopo la vittoria sugli Stati Uniti, mi hanno scritto il presidente del Coni Bonfiglio, Mornati e Diana Bianchedi, tanti presidenti federali. Mi ha telefonato Abodi, il ministro dello Sport, un amico del baseball».
I meriti di mister Cervelli
La copertina se l'è presa spesso Cervelli. «C'è tanto di lui in questa impresa. È riuscito a trasmettere a tutti passione, energia e allegria. La sua vita meriterebbe un film, perché tutti conoscono gli anni glamour con Yankees e Pirates, ma lui ha inseguito il sogno del baseball partendo dal basso, nelle accademie in Dominicana dove, negli anni '90 e primi 2000, ottanta ragazzini vivevano in camerate con due bagni dove si andava portandosi il cuscino per non farselo rubare. E si giocava da ammalati o infortunati per non rischiare di perdere il posto. Nel 2009 quando allenavo la Nazionale lo volli come giocatore, diventò subito amico di tutti e, lui figlio di un pugliese, si innamorò dell'Italia. Tre anni fa, ancor prima di diventare manager, è venuto qua a lavorare con i bambini dell'Under 12. Poi nel 2025, nonostante alcuni club non lo abbiano preso sul serio, ha girato da Nord a Sud per vedere giocatori di ogni categoria da convocare nella nazionale che a settembre è arrivata seconda agli Europei. Qualcuno, come Lasaracina, oggi è ai Toronto Blue Jays grazie a lui». Un altro personaggio importante, seppur rimasto nell'ombra, è Ned Colletti. «È stato general manager dei Los Angeles Dodgers per quasi dieci anni, è membro della Italian American Sports Hall of Fame, ma nonostante ciò si è commosso e piangeva al telefono quando l'ho chiamato per aiutarci a formare la nazionale. Sono fiero e orgoglioso di essere suo amico».
"Paquantino? Un capitano con l'esempio"
Due parole su Pasquantino, il capitano. «Vorrei ringraziare anche Aaron Nola e Michael Lorenzen, due veterani della Mlb che potevano anche non venire. Nola, reduce da due stagioni così così con i Philadelphia Phillies, è stato deriso sui social, gli scrivevano che veniva a tirare le polpette e non solo non si è risparmiato, ma è stato votato fra i migliori lanciatori del Classic. Lui e Lorenzen hanno fatto da chioccia ai giovani, sono stati un pezzo del puzzle. Di Pasquantino posso solamente dire che è stato un capitano con l'esempio e non con le chiacchiere. Cervelli davanti a tutti nello spogliatoio a fine Classic, lo ha celebrato: "Questa è la tua squadra, il mio rispetto è assoluto per te"». Adesso viene il difficile. L'11 aprile inizierà la Serie A Gold a 10 squadre. Come si può sfruttare il treno del Classic? «Ci sono tante cose da fare, non sarà facile, ma uno dei punti su cui mi batto da tempo e che voglio rimarcare sopra gli altri è rendere le nostre case ospitali e accoglienti. Abbiamo molti sport che si contendono sempre meno bambini. O siamo capaci di attrarre i ragazzini e tenerli con noi, oppure rimarremo sempre in pochi. E come dicono i maestri americani, il baseball è un business di intrattenimento. Dobbiamo migliorare i nostri impianti e rendere il contorno attorno alla partita un evento. Capisco che i tempi siano duri, ma dobbiamo capire cosa vogliamo essere e diventare».
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