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«L’Africa è una realtà. Ronaldo più di Messi»  

«L’Italia ormai è una barzelletta. Tifavo Baldini: Conte più ct di Mancini  Malato di Genoa con De André e Paoli. Prima di morire sogno la stella»

Giorgio Pasini Giorgio Pasini

Pubblicato il 27.06.2026, 13:30

7 min

Da sempre è uno che fa... Nomi e Cognomi. Dice quello che pensa, non si nasconde, cerca la verità. Nei testi, negli sguardi, nelle anime. L’unica cosa che lo manda fuori di testa è il Genoa, la sua malattia. Il giorno dopo l’uscita di “Carlo Pernat”, il quarto singolo dedicato al manager dei manager nel motomondiale, lo scopritore di Valentino Rossi e Max Biaggi per dire, Francesco Baccini racconta la sua grande passione per il calcio e lo spot in generale. Quella che l’ha fatto cantare di Diego Maradona e Marco Pantani nell’album che gli ha dato il successo (due dischi di platino nel 1992) e che ora, dopo più di trent’anni si appresta (in autunno) a riproporre in Nomi e Cognomi 2. Perché Baccini scrive storie in musica, così come in questi giorni il calcio lo fa sul prato più verde che ci sia. Luccicante di futuro e speranza. Guardato nelle notti a Imbersago, sull’Adda, dove Francesco ha scelto di vivere con tre cani e quattro oche e una mountain bike. Prendendo la macchina tutte le settimane per andare a tifare il Grifone.

Baccini, perché Carlo Pernat? «Perché è un amico, uno vero. E perché ci unisce da una vita la passione viscerale per il Genoa, cementata da più di trent’anni di frequentazione al mitico Bar Lino di Piazza Alimonda. Da cinque anni poi con lui e Claudio Onofri dopo ogni partita facciamo una trasmissione su TwichTV di commento post- partita. Si chiama Nell’Occhio del Grifone. In quell’occasione dalla bocca di Carletto esce di tutto. Altro che Belìn... Dobbiamo trattenerlo. Ma lo capisco. Siamo malati, quelli ancora convinti di vedere lo scudetto della stella, anche se l’ultimo data 1924. Più di cent’anni».

Vero che andava allo stadio con De André e Gino Paoli? «Sì, e quando Fabrizio non usciva più di casa voleva che gli facessi la telecronaca della partita al telefono. Era più malato di me. Del Genoa e di Genova. Io l’ho lasciata per la musica, vivo in Brianza, vicino al lago di Como che mi ricorda la Liguria. La montagna a picco sul… mare. L’unica pianura a Genoa è lo stadio Ferraris. Il Tempio. Non perdo una partita».

Anche dei Mondiali americani? «Certo, anche perché sono un nottambulo. Non mi perdo una partita. La cosa più bella è vedere squadre considerate improbabili che invece sono una realtà. Penso all’Africa, con tanti ragazzi che d’altronde giocano in grandi campionati europei. La Costa d’Avorio è una squadra pazzesca. Forza fisica e tecnica. Forse i ragazzi smetteranno di prendere squadre e nomi famosi alla Playstation: la realtà ora è un’altra. E dice che ci sono più favorite e più sorprese».

Non l’Italia... E da tre edizioni. «Ormai siamo una barzelletta. Il problema è che nel nostro campionato nei ruoli chiave delle squadre migliori ci sono solo stranieri. Così un commissario tecnico chi ci mette in Nazionale?».

Lei al toto-ct chi vota? «A me piaceva Baldini, uno fuori dal coro. Ho guardato con attenzione le due amichevoli che ha diretto con il Lussemburgo e la Grecia. Al di là dei risultati ho visto giovani che giocavano come una squadra, con spirito e impegno da Nazionale: Quello che da tempo non si vede più. I nostri calciatori più affermati pensano ai club, fanno calcoli. E poi c’è la lezione del Real dei Galacticos: tanti nomi, pochi trofei in bacheca».

Ma tra Conte e Mancini chi sceglie? «Hanno due filosofie completamente diverse. Forse Conte è più da Nazionale. Mancini ci ha fatto vincere l’ultimo trofeo, ma poi ha preferito i soldi degli sceicchi…»

Tornando ai Mondiali: Messi o Ronaldo? «Ronaldo, fa cose più spettacolari. Poi se Messi volesse venire a finire la carriera al Genoa… D’altronde sulla maglia del Boca Junior c’è scritto Xeneizes, che in dialetto significa genovesi. L’abbiamo fondata noi quella squadra».

Lei ha cantato Pantani, ora il dramma della sciatrice Matilde Lorenzi: non ama solo il calcio. «Assolutamente. Sono uno sportivo totale. Grazie a mia mamma fin da bambino praticato tante discipline. Nuoto, judo, pallanuoto, volley, atletica, ciclismo. Con Pantani giocavo a pallone. Era un amico, uno dei più grandi di sempre, passato davvero dalle stelle alle stalle. Cose brutte. Ma vederlo in salita era come assistere a un gol in rovesciata di Maradona. E poi amo il ciclismo, sport in cui sei solo con la tua anima e la tua fatica. Una fatica bestiale. Da amatore la conosce, anche se ora preferisco la mountain bike. Per strada è diventato troppo pericoloso»

Anche lo sci, purtroppo. «Già. Penso anche a Federica Brignone, alla sua storia pazzesca. Non mi sono perso nulla delle Olimpiadi di Milano Cortina. Oddio, il curling l’ho evitato… Ma lo sci. Continuiamo a sfornare campioni, nella tradizione di Tomba e Compagnoni. Adoro le Olimpiadi, invernali ed estive, che per me sono l’atletica in primis. Ma anche ginnastica, pallanuoto, basket… È lo sport vero, quello che è disciplina che costruisce la persona. Il rispetto delle regole e dell’avversario prima di tutto».

Adesso chi la emozione di più?«Sinner. Da bambino sognavo di essere Panatta. Ricordo che mi ero fatto comprare la Vip, la sua racchetta. Ora è Jannik ad aver fatto del tennis di nuovo uno sport nazionalpopolare. E poi dico Antonelli. Sono entrambi ambasciatori dei loro sport. La Formula 1 è seguita non solo più per la Ferrari, merito di Kimi. Nelle moto abbiamo sempre avuto campioni italiani, nella F1 no. Un momento speciale. E poi c’è dell’altro».

Cosa? «La solo empatia. Sono campioni che sul campo e in pista vogliano vincere, assolutamente vincere, ma vivono di una competitività sana. Accettano la sconfitta, rispettano l’avversario, sono modelli. È quasi ci fosse meno rivalità con loro. Mi viene in mente il classico terzo tempo del rugby. In campo ti massacri, poi vai a mangiare insieme. Questo è lo spirito che amo e mi fa ammirare ancora di più questi sportivi, veri eroi che fanno cose disumane ma restano umani». 

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